Così il «Corriere» prova a celare il dissenso interno

Francesco Damato

Sono curioso di vedere se sarà permesso a Sergio Romano di ripetere come editorialista del Corriere della Sera in prima pagina ciò che ha potuto scrivere domenica solo a pagina 31 rispondendo ad un lettore in quella che fu la stanza, cioè la rubrica, di Indro Montanelli.
Ha scritto, in particolare, l’ex ambasciatore che, a differenza del suo direttore Paolo Mieli, non si è ancora fatta una convinzione sulla scelta elettorale da compiere fra meno di un mese. Pur deluso dai risultati del governo di Silvio Berlusconi, che ritiene «considerevolmente inferiori alle aspettative, nonostante qualche buona riforma e qualche utile iniziativa», egli non condivide la fiducia tanto riposta da Mieli nell’Unione di Romano Prodi da raccomandarla ai lettori, anche a costo di allontanarne parecchi dal giornale.
«Uno sguardo al centrosinistra non mi rassicura», ha confessato Sergio Romano spiegando che «per il modo in cui è stata composta e per i ricatti a cui verrà soggetta la coalizione di Prodi mi sembra poco adatta a costruire opere pubbliche, rinnovare le istituzioni, affrontare il problema della giustizia e persuadere i sindacati ad abbandonare la linea della conservazione per quella della modernità».
«Spero - ha concluso Romano - di avere idee più chiare il 9 aprile e per il momento, se ne avrò l’occasione, continuerò a dire ciò che mi piace e non mi piace degli uni e degli altri». «Se ne avrò l’occasione» significa forse che egli non ne è sicuro, almeno al di fuori dello spazio delle lettere al Corriere. Di motivi per dubitare della possibilità di scrivere in modo più visibile e impegnativo contro Prodi e la sua compagnia Romano ne ha dopo la sostanziale e allucinante diffida del comitato di redazione al direttore del Corriere dal garantire veramente la libertà del dissenso dalle sue posizioni che pure egli aveva riconosciuto agli altri editorialisti e collaboratori del giornale nell’articolo di fondo con il quale si era schierato l’8 marzo a favore dell’opposizione.
Pur compiaciuto della scelta di campo compiuta da Mieli, il comitato di redazione gli ha sollevato con un comunicato ufficiale pubblicato il giorno dopo «un problema di metodo». Con una formula che ha giustamente ricordato al bravo Michele Brambilla i tempi dell’eskimo in redazione, da lui raccontati in un omonimo e celebre libro autobiografico, la rappresentanza sindacale della redazione del Corriere ha chiesto che «la linea del direttore si esprima e venga portata avanti con coerenza e continuità negli editoriali, ferma restando la massima apertura di opinioni e interventi». Che evidentemente, se diversi dalla linea e dalla scelta del direttore, dovrebbero essere collocati in modo - ecco forse il «problema di metodo» - da non poter essere confusi per qualcosa di diverso da posizioni estemporanee e ininfluenti. Romano che non se la sente di dare fiducia a Prodi sarebbe insomma accettabile solo a pagina 31, o giù di lì.
In prima pagina è già troppo che egli abbia potuto esprimere l’11 marzo, due giorni dopo l’editto del comitato di redazione dal quale ha avvertito l’opportunità di dissentire persino un ex direttore come Piero Ottone, qualche riserva e sospetto sul tipo di giustizia ad orologeria ancora una volta avvertita nella Procura di Milano. Che ha chiesto l’ennesimo rinvio a giudizio del presidente del Consiglio in piena campagna elettorale, giusto per svelenirla un po’.