«Così Dante immaginò il Paradiso»

Descrivere la gloria dei santi come frutto delle costellazioni significherebbe attribuire al livello più basso dell’universo creato quel dono che è invece proprio della miglior natura, della Grazia, cui persino Adamo senza la Caduta non avrebbe potuto accedere solo in virtù della propria natura. In che senso allora possiamo paragonare la messe celeste alle sfere dei pianeti? Credo che qui Dante le stia soprattutto considerando come incarnazioni del Tempo, identificandole magari con il Tempo stesso, avendo letto nella versione di Calcidio del Timeo (38b) come tempus vero caelo aequaevum est ut una orta una dissolvantur. Il compiersi della Chiesa Trionfante in Cielo è il culmine dell’intero processo storico e può per questo essere chiamato il frutto stesso del Tempo, o delle Sfere. Se è così, questa immagine è strettamente correlata a un’altra che ho riservato per la conclusione, perché mi pare che combini il grottesco e il sublime con maggiore successo di qualsiasi altra immagine poetica io abbia mai incontrato. Alla fine del canto XVII (118) la Nona Sfera è paragonata a un fiore in un vaso e Dante ha modo di osservare «come il tempo tenga in cotal testo/ le sue radici e negli altri le fronde».
Devo confessare che tutte le sublimità di Milton mi appaiono pesanti e superficiali se paragonate a questa stupefacente visione, che mostra la nostra razza scivolare verso le foglie più alte (o se preferite più basse) del grande albero che solleva la cima oltre il Nono Cielo, e racchiuso non da quel terreno cristallino ma da un vaso.
Le immagini nella Commedia che compaiono solo a causa della loro bellezza sono davvero rare. Ciò che a prima vista parrebbe prosaico non è cercato, ma neppure evitato. Quello che passa attraverso molte immagini della mia lista è l’indice di una curiosa intensità di sensibilità per quelle direzioni in cui la sensibilità moderna si mostra più fiacca: quell’intensità che paragona la gratificazione della curiosità a quella di un neonato che si nutre al seno, che può sentirsi fasciato, avvolto o avvoltolato, nella gioia, o nella luce, che sente l’amore tirare come funi o mordere con i denti, che riesce a vedere moti dello spirito o del corpo come nodi ora legati ora sciolti. È questa tensione a farmi poco sicuro dell’opinione, oggi in aumento, che se Dante ci parla di una dama chiaramente allegorica in termini di violenta passionalità allora ne possiamo concludere che essa non fosse del tutto allegorica. Sarebbe così per molti di noi: per Dante, forse meno. Questo è un aspetto della sua immaginazione: la sua curiosità, la quasi sensuale intensità delle cose non sensoriali. Ma fianco a fianco con essa troviamo altre particolarità: Dante nel giardino, e Dante sulla strada, la sua sensibilità per la vita che cresce in silenzio, e il suo allegro e spontaneo interesse per lo stato d’animo e le cortesie, i traffici e le abilità, degli uomini. È forse proprio questo suo continuo riferimento sia alla calma e umida terra sia ai pavimenti che riecheggiano, alle officine, e ai piani di un edificio, che sostiene e mi fa credere alla sua invenzione di un paradiso che, ovviamente, deve molto poco all’uomo naturale.