«Così è diventato un gigante pop»

Nostro inviato a Petra

Avvolto in una barba sempre più selvaggia, il volto di Zucchero è sorridente. E dire che lui è appena arrivato qui a Petra dagli States dove, dice subito, «ho tenuto dodici concerti uno meglio dell’altro: abbiamo persino raddoppiato una data alla prestigiosa Carnegie Hall di New York». Stasera canterà in onore di Pavarotti sul palco allestito in un campo beduino e ieri ha partecipato al memorial dedicato al maestro in un posto da togliere il fiato tanto è maestoso: il Tesoro di Petra, infilato a strapiombo alla fine di una gola di rocce arrossate dal tramonto. E si è commosso, ripensando a quell’amicizia che aprì al maestro le porte del pop.
Vi siete conosciuti ai tempi di Miserere.
«In quel periodo ascoltavo tanto Puccini e mi ero innamorato delle romanze. Perciò avevo composto quel brano: Miserere. Poi mi sono chiesto: chi può fare la parte del tenore? I discografici volarono fino a Filadelfia per convincere Luciano. Che però disse di no: è un brano bellissimo, spiegò, ma io non ho mai fatto pop, non ho mai messo una cuffia in testa per registrare una canzone».
Poi però cambiò idea.
«Ho deciso di chiamarlo io. Allora certo non lo conoscevo. Sono andato a casa sua con la cassetta di Miserere in mano (nel provino la voce era di Andrea Bocelli - ndr) e lui mi ha trattato come se mi conoscesse da sempre anche se non c’eravamo mai visti prima. Questa era l’umanità di Pavarotti. Mi fece vedere il suo calendario di impegni e non aveva un minuto libero se non il 19 agosto. Gli dissi facciamolo proprio quel giorno. Lui mi rispose di no. E allora mi inventai un colpo strano».
Che cosa?
«Feci vedere la cassetta e gli dissi: se non la registri con me, nessuno inciderà questa canzone. E la buttai nel camino acceso. Pavarotti, che non era abituato a registrare i brani, impazzì: sei matto, era una canzone bellissima e adesso l’hai distrutta! In realtà io ne avevo un’altra copia».
Insomma lo convinse. E Miserere, uscito nel 1992 è uno dei brani più belli della canzone italiana. Ora lei, quando lo canta dal vivo, fa passare sugli schermi il volto di Pavarotti (e la vedova Nicoletta Mantovani ha detto di apprezzare molto).
«Con quello lui fece in qualche modo il suo ingresso definitivo nel mondo del pop. Registrandolo, si divertì così tanto che poi accettò persino di partecipare al video vestito da frate».
Bono dice che lui non poteva essere incluso in nessuna categoria.
«Pavarotti aveva conosciuto re e regine ma dentro di sé era rimasto un bambino. Ci univa la capacità di non prendersi mai sul serio».
Poi lei ha collaborato alla nascita del Pavarotti & Friends, quella sorta di festival che ogni anno si teneva a Modena con i più grandi interpreti di musica leggera.
«Lui diceva: io chiamo i cantanti d’opera, tu quelli pop. Poi nel corso della prima edizione cantò in playback perché aveva un concerto la sera dopo e voleva conservare la voce. Ma non era capace di fare il playback e se le telecamere lo riprendevano di fianco si capiva che non stava cantando... Qualcuno criticò. Ma poi abbiamo fatto le altre edizioni».
Come si sceglievano gli ospiti?
«Ci pensavamo a partire da gennaio. Era tutto molto estemporaneo. Lui mi chiamava e diceva: conosci quel tizio, Bovi, Buvi o come diavolo si chiama. E io: Bowie, David Bowie, ok cerchiamolo. E via così. Pavarotti era inarrestabile».
Insomma, il vostro era un rapporto che andava al di là della musica.
«Trascorrevamo insieme tutte le cene della vigilia di Natale. Anche l’ultima. Lui aveva già iniziato i trattamenti, mangiava un po’ a fatica. Mi ricordo di avergli detto: sbrigati, i tortellini si raffreddano. Lui non ne aveva voglia, così gli ho versato un po’ di lambrusco dentro, alla maniera emiliana, e allora li ha mangiati. Ma mi diceva: non ti preoccupare, a marzo riprendo la tournèe. Non è stato così, purtroppo, ma la sua voce non smetterà mai di cantare».