«Così do un nome alle vittime dei Gulag»

Intervista ad Anatolij Razumov, l’uomo che in vent’anni di ricerche ha raccolto e documentato i casi di due milioni e mezzo di persone stritolate dalla repressione stalinista

«Avrei voluto chiamarle tutte per nome». Questo verso di Anna Achmatova, riferito alle vittime del regime sovietico, probabilmente è scolpito a caratteri cubitali nel cuore di Anatolij Razumov, direttore del Centro «Nomi restituiti» di San Pietroburgo e animatore del cimitero-memoriale di Levašovo. In quasi vent’anni di ricerche ha raccolto e documentato - praticamente da solo - i casi di due milioni e mezzo di persone stritolate dagli ingranaggi della macchina repressiva. Un’impresa immane: tutte queste storie sono confluite in otto «volumi della memoria» (ma il progetto prevede di arrivare a quindici entro i prossimi anni), ognuno dei quali conta quasi mille pagine. Non è un caso se recentemente Solgenicyn, preparando una nuova edizione del suo Arcipelago Gulag con l’aggiunta (per la prima volta) dell’indice dei nomi, si è rivolto proprio a Razumov. Col materiale da lui raccolto è stato lanciato anche un vero e proprio «libro elettronico della memoria», consultabile sul sito «Nomi restituiti» (www.vi.krsk.ru, purtroppo per ora solo in russo), che in tre anni ha visto triplicare il numero di visitatori.
Nei giorni scorsi Anatolij Razumov era in Italia per un ciclo di incontri e convegni sulla memoria dei Giusti, invitato dallo scrittore Gabriele Nissim. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare che cosa lo spinge oggi, in una Russia che vede il proprio passato come un pericoloso scheletro nell’armadio, a combattere perché la memoria rimanga viva.
Che cosa l’ha portata a questo progetto?
«Fin da giovane mi ha sempre appassionato la storia del periodo sovietico. Pur essendo originario della Bielorussia, ho voluto trasferirmi nel 1972 a Leningrado per frequentare la facoltà di storia dell’Università. Quel che m’ha mosso è stata proprio la crescita di un’autocoscienza, il rifiuto interiore di ogni forma di violenza e il desiderio di poter rispondere alle tante domande che avevo: perché, a esempio, nella società sovietica si pensa una cosa e se ne afferma un’altra?».
Come le è venuta l’idea di un libro della memoria?
«Dopo la laurea sono stato assunto alla Biblioteca Nazionale, dove lavoro da trent’anni. Quando è salito al potere Gorbacëv si è aperto uno spiraglio e i giornali hanno potuto pubblicare gli elenchi dei condannati; abituato a lavorare coi libri, ho iniziato giorno dopo giorno a raccogliere questi ritagli costruendomi un archivio personale. È nata così l’idea di un libro che raccogliesse le storie di tutte le vittime. Un’impresa quasi disperata, visto che fino al 1995 non avevo nemmeno un computer! Ho avuto subito chiaro che questo libro non avrebbe avuto un unico autore, ma sarebbe stato un libro corale della memoria, scritto in nome di tutto un popolo. In Urss si parlava sempre delle centinaia di milioni di cittadini sovietici, ma nessuno ha potuto evitare che fossero sterminati. Vorrei che si salvasse almeno la memoria del nome di queste persone, o una loro parola».
Il Kgb le avrà messo i bastoni tra le ruote...
«In realtà ormai aveva capito che era arrivato il momento di uscire allo scoperto. Nel 1989 il governo sovietico ha deciso che bisognava rendere pubbliche le liste delle fucilazioni di massa. Così dal gennaio 1990 il giornale Vecernyj Leningrad iniziò a ospitare una colonna dedicata alle liste dei fucilati, dal titolo “Il martirologio di Levašovo”. Spettava agli archivi del Kgb fornire ai quotidiani i nomi da pubblicare di volta in volta... Naturalmente gli elenchi erano incompleti, riportavano solo nome, cognome, patronimico, anno di nascita, professione e il fatidico “fucilato”. Non si diceva chi e quando aveva eseguito la condanna, dove era avvenuta, chi aveva emesso il verdetto, in base a quale articolo... Inoltre le liste partivano dal 1937, anno di inizio del Grande Terrore, ma che fine avevano fatto le vittime precedenti?».
Nell’autunno del 1991 lei è stato uno dei primi in Russia a entrare negli archivi del Kgb, che fino allora erano rimasti top secret...
«Quel giorno ho avuto per la prima volta in mano il dossier di un condannato. Sono rimasto così impressionato che non sono riuscito ad aprire nessun’altra cartella. Quando sfoglio i dossier ho davanti a me delle persone vive, con tutto il loro destino: fra i dati asettici che venivano pubblicati e la tragedia che ognuna di queste persone ha vissuto, c’è un abisso».
In questi giorni sta ultimando l’ottavo volume dei suoi libri della memoria, dedicato a sei mesi del 1938 (le vittime del Grande Terrore sono così tante, che il solo 1938 occupa due volumi della serie). Quali scoperte ha fatto?
«Ho raccolto le prove di un’estrema crudeltà, che documentano tante situazioni paragonabili al totalitarismo nazista. I condannati venivano condotti praticamente senza sensi alle fosse dove avvenivano le fucilazioni. A Mosca, per esempio, i sovietici avevano ideato delle specie di “camere a gas”: i detenuti, trasportati in furgoni appositi, soffocavano respirando i fumi del tubo di scappamento deviati all’interno. Ecco perché, durante gli scavi nel poligono di Butovo (il territorio nei sobborghi di Mosca adibito dal Kgb alle fucilazioni di massa, ndr), in una fossa comune abbiamo ritrovato circa 50 crani di cui solo tre forati dalla pallottola: se i condannati arrivavano già morti, infatti, che bisogno c’era di sprecare proiettili? Abbiamo inoltre trovato delle prove di torture non solo durante gli interrogatori, ma anche nei confronti di chi era stato già condannato e avrebbe dovuto essere solo fucilato. Questi episodi di sadismo sono il vero motivo dell’incompletezza delle schede rese pubbliche: dietro l’impressione di “legalità” dei dati riportati dalle liste, ci sono atrocità addirittura maggiori di quelle del nazismo».
Il suo lavoro ha un valore inestimabile non solo per la documentazione storica: è vero che tanti la cercano per avere notizie dei propri cari?
«Tanti non sanno ancora dove sono sepolti i loro familiari, così mi scrivono (a decine, ogni giorno) chiedendo qualche informazione. In Russia oggi si pensa che il tema della memoria non sia più attuale, mentre io vedo in continuazione quanto sia importante e necessario per il nostro futuro. Il mio lavoro può aiutare i russi a comprendere il proprio passato, offrendo un contributo importante per la coscienza della società. Io e i miei colleghi non ci chiediamo se il nostro lavoro è utile, non stiamo nemmeno a guardare quanti ostacoli troviamo... Continuiamo solo ad andare avanti, cercando di fare il più possibile; il resto non conta. Ecco il mio credo».