«Così fan tutte»: bello, ma Mozart dov’è finito?

Migliaia di parole retoriche avvolgono ormai Così fan tutte, l'opera dove due ufficialetti, attratti da un cinico amico a scommettere sulla fedeltà delle loro ragazze, fingono di partire per la guerra, si ripresentano travestiti all'orientale corteggiando non riconosciuti l'uno la fidanzata dell'altro e in poche ore le seducono amaramente. Scandalizzò, ammaliò, turbò: quel Settecento viennese cominciava a frugare nel lato oscuro di sé; e Mozart, di cultura alchimista, consigliava di accettarlo.
A Parma, superato un incidente di percorso con la sostituzione del direttore e accolto con simpatia l'efficiente e brillante Marco Zambelli, l'hanno cantata come neanche normalmente nei più quotati festival europei. Con grande successo.
Non è stata una sorpresa la prelibatissima Irina Lungu con la classe e l'intelligenza e la natura da fuoriclasse. Un sobbalzo l'ha invece suscitato Serena Gamberoni: gustosissima, determinata, impeccabile, ha ritratto la più cedevole delle due innamorabili come non mai. Stefanie Irányi ci ha evitato una servetta pigolante, anche se con qualche genericità e con qualche ingombro. Francesco Meli passa da solare a desolato con bravura, e con fascino; Alex Esposito passa da litigioso a disperato con la sua voce stupenda: se forse a tratti eccedono, è per colpa della loro irripetibile giovinezza felice. Tutta la storia, con la fedeltà militare alla parola data nella scommessa e l'ingenuità delle giovinette sarebbe a casa propria nel Settecento. Adrian Noble, qui rappresentato da Elsa Rooke che riprende lo spettacolo di Lyon, lo mette a forza in una spiaggia meridionale d'oggi, con tanto di teli da bagno, automobile rossa e luci colorate. E parte da un'idea: non serve il mitico Oriente fai-da-te per conquistare le ragazzette, basta ritornare vestiti da ragazzacci. Cade il segno messo da Mozart, è la furbata che ogni tanto fanno i registi, a cominciare da Ponnelle: le ragazze non riconoscono perché non vogliono. Peccato, Mozart non aiutato è meglio. Soprattutto alla fine, quando tutta la narrazione, pur condotta con mano abilissima nelle leggere scene di Tom Pye, con i costumi di voluto malgusto di Deidre Clancy, non porta al finale su cui l'autore ha costruito tutta la storia, perché le coppie non si ricostituiscono. Suggestivo.