Così filosofi e scrittori si «taroccavano» la vita per diventare dei miti

P er il dottor Samuel Johnson, da molti considerato il primo intellettuale moderno, «ogni uomo è il miglior biografo di se stesso». E tuttavia, forse perché aveva mille iniziative da progettare e realizzare, la sua vita la lasciò raccontare all’amico James Boswell. E Virginia Woolf sentenziò: «Solo l’autobiografia è letteratura. I romanzi sono solo la scorza... ». Ma, tenuto conto dei suoi libri e del fatto che neppure lei scrisse la propria storia, probabilmente intendeva dire il contrario: ovvero, solo la letteratura è autobiografia. Se non, addirittura, la letteratura è solo autobiografia.
Insomma, il racconto di sé è faccenda complicata che si interseca con altri mondi (diario, memoriale, epistolario, saggio filosofico, romanzo autodiegetico, romanzo tout court... ); e fissare le regole auree alle quali dovrebbe attenersi chi si apprestasse all’opera non è facile. Un aiuto arriva dal volume Specchi del possibile di Ivan Tassi (il Mulino, pagg. 328, euro 26), che cataloga i trucchi, i lapsus, le false promesse e i patti traditi dei quali sono piene (quasi) tutte le autobiografie, anche e soprattutto quelle dei grandi.
Il saggio analizza il marchio che sulla cultura italiana hanno impresso tre autori che si sono dedicati con passione alla narrazione di «sua maestà l’io»: Carlo Goldoni, Vittorio Alfieri e Giacomo Leopardi. Ma inquadra la materia con riferimenti e citazioni che spaziano dall’impiegato Franz Kafka («confessione e bugia sono la stessa cosa») fino all’accademico di Francia Paul Valéry («il vero non costa niente, come l’aria e il sole») passando per il poeta maledetto Paul Verlaine (che ragionevolmente consiglia «la sincerissima e il meno possibile attenuata esposizione») e il garibaldino Ippolito Nievo («il parlare di sé è la più inutile e la meno generosa delle occupazioni»). E ricostruisce l’irruzione dell’autobiografia nella comunità intellettuale italiana, fino al Diciottesimo secolo inoltrato rispettosa dell’«interdetto» aristotelico che proibiva alla persona colta di cedere al demone del narcisismo narrativo.
Accadde che nel 1725 il conte Giovanartico di Porcìa facesse stampare il suo Progetto ai letterati d’Italia per scrivere le loro vite, che da qualche anno circolava come manoscritto. Il nobile friulano, che aveva cercato di dare autorevolezza alla sua iniziativa adducendo un mai documentato incoraggiamento ricevuto da Gottfried Leibniz, riuscì a convincere qualche destinatario, fra i quali Ludovico Antonio Muratori e Giambattista Vico. Ma, quel che più conta, aprì una strada che dalla nascita della lingua italiana era stata percorsa da pochissimi. Anzi, salve le assai parziali eccezioni di Dante e Petrarca, solo da Benvenuto Cellini.
Ma mentre ad altre latitudini europee si moltiplicavano le emulazioni della rappresentazione dell’io per eccellenza, quella di Jean-Jacques Rousseau, l’Italia restò terreno poco fertile per l’autoritratto su pagina. Tanto che nell’Ottocento fioriva la memorialistica, il racconto delle imprese (favorito dalla Rivoluzione nazionale), e languiva quella dell’avventura interiore. E ancora ai primi del Novecento Benedetto Croce sconsigliava vivamente la lettura di quei prodotti della «transeunte individualità» che non possano essere accolti nell’empireo della poesia.
Restano, insomma, le tre eccezioni di Goldoni, Alfieri e Leopardi sulle quali si concentra il saggio di Tassi. L’ex avvocato divenuto commediografo ci ha lasciato una monumentale autobiografia sterminata scritta due volte (prima in francese, poi in italiano) nella quale o mena il can per l’aia o si accredita come uomo indifferente al bene come al male. «Io sono nato pacifico - scrive Carlo Goldoni -: ho sempre conservato il mio sangue freddo». Ma dalle Memorie, come dalle prefazioni dei suoi testi teatrali, emerge un finto buono rancoroso che glissa sulle sue contraddizioni più lampanti; ricorda tutte le critiche e le offese ricevute; e non disdegna né le vendette contro i detrattori, né le panzane, come quando informa il lettore di aver amato fin da bambino «spettacoli e festosità» grazie al nonno appassionato di commedie e melodrammi in realtà morto e sepolto qualche anno prima che lui nascesse.
Tutto l’opposto il tragico conte astigiano, che aveva preso a modello l’autobiografia goldoniana per ricordarsi cosa e come non scrivere nel momento in cui si fosse «ingolfato» in quell’opera di alta ingegneria narrativa che fu il suo raccontarsi, confessando fin dall’incipit «l’amore di me medesimo». E giustificando pienamente una riflessione di Stendhal: «Vi sono uomini vittime e strumenti di un orgoglio infernale, un orgoglio all’Alfieri». Presuntuoso, certamente, sfrontato, odiatore del potere e del sopruso, custode della «purità della propria fama» e affabulatore; ma Vittorio Alfieri è anche uomo e artista che ammette di essersi trovato in balìa di un sentimento a rigore incompatibile con gli spiriti come il suo: l’invidia.
Infine, il meraviglioso paradosso rappresentato da Giacomo Leopardi. Che rileggendo lo «scartafaccio» poi divenuto Zibaldone di pensieri ne collocò la gran parte sotto il titolo Memorie della mia vita. Ma l’autobiografia, che si insinua in tutta la sua opera, non la scrisse mai. Forse perché l’odio per la sua «infelicissima e orrenda vita» era insostenibile anche per lui, il più disilluso degli uomini di immaginazione. E magari anche perché l’autobiografia di un Leopardi c’era già, quella dell’odiato padre Monaldo.
Comunque, Giacomo teorizza: «Parlando, non si prova piacere che sia vivo e durevole, se non quando ci è permesso di discorrere di noi medesimi, e delle cose nelle quali siamo occupati, o che ci appartengono in qualche modo. Ogni altro discorso in poca d’ora viene a noia; e questo che è piacevole a noi, è tedio mortale a chi l’ascolta». Per poi correggersi implicitamente quando ragionerà su un altro progetto irrealizzato, La storia di un’anima: un libro che «avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla sua morte». Oltre tutto, anche nello Zibaldone le pagine dove Leopardi scrive «io... » sono rare. Eppure ancor oggi dire Leopardi e pensare alla narrazione autobiografica sono quasi la stessa cosa. Altro che Goldoni...