Così il fratello di Prodi finì nella Rsi

Giampaolo Pansa nel saggio <em>I vinti non dimenticano</em> racconta anche le
vicende belliche di Giovanni, primogenito della famiglia dell’ex
presidente del Consiglio. Si arruolò diciottenne nell’esercito di Salò e
fu fatto prigioniero dagli alleati

Ritornati a casa di Livia, ragionammo sul motivo che ci aveva condotti da Ciabattini. E lei mi chiese: «Come ci è arrivato alla storia di Giovanni Prodi prigioniero fascista?».
«Per caso, attraverso la vicenda di un altro personaggio che era stato un militare della Rsi ed era poi finito anche lui a Coltano. Forse lei se la ricorda perché ne avevo parlato in uno dei miei libri revisionisti, I gendarmi della memoria. Si chiamava Luciano Chiappini. Esisteva una domanda che mi intrigava molto: chi erano i prigionieri di Coltano ai quali Luciano Chiappini si era legato con un’amicizia profonda? Uno era, per l’appunto, Giovanni Prodi».
«In che modo lo scoprì?» mi chiese Livia.
«Leggendo un libro curato con passione da Pagnoni: Una voce fedele e libera: il Taccuino di Luciano Chiappini, pubblicato nel 2000 a Ferrara da Corbo Editore. A pagina 28 c’era una riga che diceva: “A Coltano conobbe Giovanni Prodi e, successivamente, tramite lui, la sua intera famiglia”».
«Dunque mi dica quel che ha scovato su Giovanni Prodi».
«Molto poco, purtroppo. Per cominciare era il primo dei nove fratelli Prodi, nato a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, il 28 luglio 1925. Il padre, Mario, era un ingegnere che veniva da una famiglia contadina. La madre, Enrica, faceva la maestra elementare. Dopo aver frequentato a Reggio Emilia il Liceo ginnasio Ariosto, prese il diploma nell’estate del 1943. In quell’autunno si iscrisse all’Università di Parma per studiare Matematica. E adesso le racconterò il seguito, ricavandolo da un ricordo di Giovanni Prodi scritto da un altro matematico: Gian Cesare Barozzi, professore emerito presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna. La prima chiamata alle armi decisa dal governo della Rsi venne annunciata per radio il 16 ottobre 1943. Riguardava l’ultimo quadrimestre della classe 1924 e l’intera classe 1925 della leva di terra. L’ordine di chiamata venne reso pubblico il 9 novembre. Il bando specificava che i ragazzi di quelle classi dovevano presentarsi ai distretti militari nel periodo compreso fra il 15 e il 30 novembre 1943. In quel momento Giovanni aveva appena 18 anni e quattro mesi. Suo fratello Romano di anni ne aveva 4. Immagino che anche lui, come tanti altri ragazzi, si chiese se dovesse presentarsi o no. Poi decise di recarsi al distretto per evitare ritorsioni sul padre che era un dipendente pubblico. I suoi timori furono confermati dal successivo Bando Graziani, del febbraio 1944, che prevedeva sanzioni pesanti per chi prestasse aiuto ai renitenti. Chi li appoggiava veniva punito con una reclusione non inferiore ai dieci anni di carcere».
Livia osservò: «Mi ha appena detto che Giovanni Prodi aveva poco più di 18 anni quando fu costretto a una scelta molto difficile. E scelse di presentarsi per evitare sanzioni alla famiglia. Che cosa poteva fare, povero figlio? Qualcuno come la gelida lettrice della Nuova Ferrara mi risponderebbe: poteva fare il partigiano. Ma non accetto questo modo di ragionare. Parlando con il senno di poi, sembra tutto facile . Voglio ritornare all’età di Giovanni: 18 anni! Nel 1943 a quell’età si poteva andare a morire. E tanti sono morti. Oggi i ragazzi come Giovanni se ne stanno al sicuro in famiglia. Sono i famosi bamboccioni, capaci di vivere con papà e mamma per un’infinità di tempo. In fondo lui era il primo di tanti fratelli. Si è sacrificato per evitare guai pesanti alla famiglia. Che cosa gli accadde dopo aver risposto alla chiamata alle armi?».
«Purtroppo non sono riuscito a stabilire con certezza di quale divisione abbia fatto parte il giovane Prodi. Il professor Barozzi scrive che Giovanni, una volta rientrato in Italia dall’addestramento in Germania, venne mandato sul fronte contro gli Alleati. E visse “drammatiche vicende sull’Appennino”. Ne deduco che potrebbe aver combattuto nella 1ª Divisione bersaglieri Italia, 14 mila uomini al comando del generale Mario Carloni. Ma l’avverto che è soltanto una mia ipotesi. ».
Spiegai a Livia: «Se Giovanni Prodi era davvero inserito in quell’unità, come abbiamo ipotizzato, anche lui fu in grado di osservare l’inizio dello sfacelo. Devo aggiungere, però, che l’Italia fu l’unica delle divisioni di Graziani a essere schierata subito e per intero sulla Linea Gotica. Verso la metà del gennaio 1945, iniziò a dislocarsi in Garfagnana dove si trovò accanto alcuni reparti della Monterosa. Ma si scoprì fra tre fuochi: l’offensiva degli Alleati, le imboscate dei partigiani e le diserzioni. Queste ultime erano una cancrena, sempre più diffusa, soprattutto fra i pionieri. ».
«Mi domando se Giovanni abbia pensato di disertare» disse Livia.
«Questo non lo sappiamo. Ma disertare era molto rischioso. Se ti riprendevano, finivi al muro. C’erano già state decine e decine di fucilazioni nelle quattro divisioni di Graziani. Eppure non erano bastate a impedire le fughe dai reparti. Era inutile continuare a combattere. Nel pomeriggio del 29 aprile, il generale Carloni si arrese al comando della 1ª Divisione brasiliana. Il 30 aprile gli ultimi reparti dei bersaglieri gettarono le armi nella zona di Collecchio, in provincia di Parma. In seguito gli americani avviarono i prigionieri verso il campo di Coltano. Tra loro c’era anche Giovanni Prodi che in luglio avrebbe compiuto vent’anni».
Dissi a Livia: «Come ci ha insegnato Ciabattini, a Coltano c’era uno spaccato completo della gioventù italiana che aveva condiviso le sorti della Rsi. Si andava dai fascisti irriducibili che rimasero tali per anni e anni, sino ai ragazzi chiamati alle armi dall’esercito repubblicano. Erano stati dei soldati per obbligo e tali restavano a Coltano. Non credo di sbagliare, se le dico che molti di loro si sentivano estranei al fascismo. E precipitati dentro una sconfitta che non avevano cercato. Poi Giovanni Prodi venne liberato, credo nell’autunno 1945. Ritornò in famiglia, riprese gli studi, si laureò a Parma e diventò un matematico di grande valore. Infine scomparve a Pisa il 29 gennaio 2010, sei mesi prima di compiere 85 anni».
«C’è ancora una cosa da dire su di lui» spiegai a Livia. «Com’era accaduto a Ciabattini, anche a Giovanni la Repubblica italiana impose di fare il servizio militare. Vestì di nuovo la divisa e diventò un caporale addetto all’istruzione delle reclute. E sa dove prestò servizio? A Casale Monferrato, nella mia città».