Così fuggo dalla Babilonia quotidiana

Enrico Brizzi e il suo vizio migliore: «Lo fai fin da ragazzino, e non pensi di smettere solo perché adesso va di moda»

Adesso che lo sanno tutti, del tuo vizio, puoi anche parlarne in maniera rilassata.
Da uomo di mondo, senza inutili imbarazzi.
L’hai scritto in un libro, quanto ti piace, e adesso è un po’ tardi per fingere di non saperne niente.
Così, a chi te lo domanderà, risponderai senz’altro di sì: andare a piedi con lo zaino e la tenda è il tuo vizio migliore, lo fai fin da ragazzino, e non pensi di smettere solo perché adesso va di moda.
Certo, adesso è tutto più facile. Perfino tua zia Doris partirà per Santiago di Compostela insieme al gruppo del bridge, ma fino a qualche anno fa viaggiare a piedi fuori da parchi e riserve alpine era un’attività per pochissimi e decisamente out.
Almeno ti sembra di ricordare che le cose andassero così.
Di certo tu e il vecchio Luther, quando scendevate dalla littorina a Molino del Pallone e prendevate la via di mezzacosta, eravate pronti a camminare due o tre giorni senza incontrare nessuno a parte gli abitanti di casolari isolati. E anche quando siete andati in sei giorni da Bologna a Firenze, lungo l’antica strada romana avete trovato solo gruppi sparuti di pensionati intenti a raccogliere funghi.
D’altronde, chiunque conosca l’unico sentiero a lunga percorrenza del nostro Paese - il cosiddetto Doppio Zero che segue il crinale appenninico in tutto il suo sviluppo - sa bene quanto è facile trovarsi a camminare in scenari solitari anche laddove, in teoria, potrebbe esserci il pienone.
Ma quale genere di impeto, o follia, spinge negli ultimi tempi misurati topi di città, studenti, impiegati, addirittura professionisti con prole, lungo sentieri e carrarecce? Cosa di preciso li induce a recarsi in corriera sul luogo delle operazioni, a camminare sotto il sole e inzaccherarsi di fango lontani da tutto, persino dal conforto a buon mercato di portici e bar?
Non l’ansia sportiva della prestazione, né un infantile desiderio di tornare allo stato di natura come talvolta temono le mogli rimaste a casa. No, perché qui non si parla di gare, né di trekking avventurosi alle pendici degli Ottomila.
Gli itinerari che conosci, resi popolari dal passaparola fra camminatori, hanno nomi antichi e sono scanditi da borghi, pievi e ospitali: è così per la via degli Dèi, la Traversata delle Foreste Casentinesi e naturalmente per la più grande arteria del pellegrinaggio romeo, la via Francigena che traversa il nostro Paese dal Gran San Bernardo all’Urbe.
In nessun Paese come l’Italia itinerari storici, naturalistici e di fede si sovrappongono sulle mappe in scala uno a venticinquemila e fin nell’intimo della coscienza di ogni camminatore.
Credenti e non credenti sono portati a pensare alla marcia come a un’esperienza di spessore spirituale, a un modo per estraniarsi dalle seduzioni della Babilonia quotidiana.
E poco importa se si va a Santiago dormendo ogni sera in albergo, o se durante un trekking in tenda ci s’imbatte per caso in una cappella assediata dalla vegetazione: quella spiritualità che lascia indifferenti nella vita di tutti i giorni diventa pietra di scandalo appena la si scorge fra le orme dei padri.
Forse così, al di fuori d’ogni ideologia materialista, si può spiegare in che senso il mezzo di locomozione meno ambito e la sòma volontaria dello zaino stiano guadagnando il favore dei misurati topi di città.
© Enrico Brizzi 2005
Testo originale
per il Giornale