Così funziona il "metodo" Repubblica

Quando si tratta del Cavaliere il quotidiano-partito di Ezio Mauro confeziona fango spacciandolo per giornalismo d’inchiesta: allusioni, dubbi e condanne già scritte. Una vera e propria ossessione: da 15 anni i maestri della pubblica gogna vogliono solo far dimettere il premier

Il fango non è uguale per tut­ti. Dipende da chi lo tira e a chi arriva in faccia. Quello che parte da Repubblica e col­pisce Silvio Berlusconi puz­za sempre di sacrosanta veri­tà. È industriale. È confezio­nato bene. Non ammette dubbi. È succulento. Non im­p­orta se ti arriva in busta chiu­sa direttamente dalle mani fantasma di qualche Procu­ra. Non ci sarà mai un becchi­no o un moralista che avrà il coraggio di accusarti di dos­sieraggio. Anzi, si fa capire che Il Fatto , con la fuga di no­­tizie, ha inquinato le prove. Come dite? Forse perché ha battuto Repubblica sul tem­po. Può darsi.  Ma Repubblica ci mette il romanzo. Non c’è nessuna remora a fare no­mi e cognomi, tirare in ballo questo o quell’ospite seduto a cena, raccontare il menù e gettare lì un bel «bunga bun­ga » con effetto mediatico ga­rantito. Basta dire «bunga bunga» e l’inchiesta che gli stessi Pm definiscono carica di dubbi, incompleta, tutta da verificare, con un registro de­gli indagati incerto e ballerino si trasforma in un tormentone da hit parade. Il bunga bunga è un’arma di sputtanamento micidiale.

L’ingrediente pic­cante per provare ancora una volta a far cadere il governo con un’esecuzione extrapoliti­ca. Il «metodo Repubblica » costa poco.Non c’è bisogno di scar­pinare in giro per cercare pla­nimetrie o i progetti di qual­che cucina. Non serve andare a Montecarlo. Il lavoro fatico­so lo fanno altri, segugi in to­ga. A loro basta aggirare il se­greto istruttorio e leggere le carte. Il resto è narrazione. Re­pubblica ti prende questa ra­gazzina marocchina, che si chiama Karima, ma i più cono­scono come Ruby, e ti porta dentro la sua storia. Segue i suoi occhi e le sue parole e rac­conta tutto come se fosse la sceneggiatura di una fiction. Non si sa bene da dove arrivi­no le informazioni. Come fa Repubblica ad avere i verbali? Non dovrebbero essere segre­ti? Chi è il passacarte? No, co­sa state a pensare, questi non sono dossier.

Questo è mestie­re. Solo che in un Paese dove tutti sostengono che la pri­vacy è sacra, il racconto della storia di Ruby è già una con­danna per Berlusconi e per chi lo frequenta. Non c’è nes­suno che dica: aspettiamo l’esito dell’inchiesta. Questa ragazzina potrebbe essere una mitomane, qualcosa ma­gari è vero, molto è inventato. Quando fu arrestata a Messi­na­per furto raccontò che l’ave­vano violentata. Non era vero. Era una scusa. Era un modo per cavarsela perché certe vol­te le bugie sono l’unica via di fuga. Anche i Pm dicono che le sue parole sono un conti­nuo stop and go. Allude. Non convince. Ma nel «metodo Re­pubblica » non ci sono troppi chiaroscuri. Ecco Berlusconi, ecco la minorenne, ecco il bunga bunga. La condanna è già scritta. Aspettiamo la fine dell’inchiesta? No, dimissio­ni. Dimissioni subito. Ma que­sto non è fango.

È giornalismo d’alto bordo. Il «metodo Repubblica » è un romanzo postmoderno che ha da 15 anni un solo protago­nista. Ma non chiamatela os­sessione. Non è una campa­gna di odio. È, la loro e solo la loro, il noumeno della libertà di stampa. L’essenza del gior­nalismo democratico. È alchi­mia. È il fango che si trasforma in oro colato. Il vero, il verosi­mile, il falso e l’ipotetico s’in­trecciano su questo nome e di­ventano il sale dello stesso ca­novaccio. L’ambiguità crea fa­scino e in questo dire e non di­re si assestano colpi bassi da maestri della gogna pubblica. Leggete. Titolo: «Ruby e il Ca­valiere. Le mie notti ad Arco­re».

Non importa che Ruby non parli di notti di sesso. È marginale. La villa di Arcore è evocata come un bunga bun­ga di massa. Scrivono. «Ruby fa i nomi degli ospiti. C’è inte­ro il catalogo del mondo fem­minile di Silvio Berlusconi. Conduttrici televisive celebri o meno note, star in ascesa, qualcuna celeberrima, starlet in declino, qualche velina, più di una escort, ragazze single e ragazze in apparenza fidanza­tissime, due ministre. E Re­pubblica non intende dar con­to dei nomi ». Ma in realtà quel­le due ministre dice già molto. Quante sono le ministre in ca­rica? Quattro. Dici due e il so­spetto cade su tutte e quattro. Dici due e ne sputtani quattro. Parli di una sera a cena con Ru­by, Berlusconi, Daniela San­tanchè, George Clooney, Eli­sabetta Canalis. Sarà vero? Di­ce il vero, Ruby, o mente? A quanto pare mente. Ma intan­to la butti lì.

La Santanchè dice che lei Clooney non l’ha mai incontrato. «Io George Cloo­ney non ho mai avuto il piace­re di conoscerlo, né in Italia né nel resto del mondo. Non mi sono mai seduta al tavolo di un ristorante, di un bar, di una casa privata con Clooney, per cui se tanto mi dà tanto, non vorrei che tutto fosse un bufala». Ma per Repubblica tutto questo non conta. La ve­rità è già scritta. Berlusconi non è Fini. Il romanzo del Ca­valiere deve avere un solo fi­nale: la sconfitta del protago­nista. La missione Ruby è par­tita. Sarà lei a seppellirlo sot­to un cielo di fango? Bunga bunga.