Così Genova fu consegnata al vescovo Siri

Il 2 maggio 1989 alle ore 18.20 moriva il Cardinale Giuseppe Siri, una delle più eminenti personalità genovesi, che tanto ha amato la sua città e che ho avuto il piacere di conoscere come professore di diritto all’Istituto Piccardo di Genova.
Mi pare opportuno ricordare il grande Principe della Chiesa anche in funzione del 25 aprile, riportando le sue precise parole, sottolineate dal grande giornalista Benny Lay, su Genova.
La sera del 23 aprile il col. tedesco Beringhaus, comandante della marina germanica a Genova, ma molto ben introdotto nell’«entourage» di Hitler, convocò Siri a Nervi, sede del suo comando, ove informò che l’alto comando tedesco aveva accolto la richiesta del Cardinale Boetto e cioè il porto e relativi impianti non avrebbero subito danni; sarebbero stati solo inutilizzati, affondando due piccole navi ed aggiunse: «Voglia Lei disporre tutto; che la popolazione non si impressioni per l’affondamento di due piccoli piroscafi e che non disturbi il ritiro delle truppe germaniche. In caso disturbassero potrebbe agire il dispositivo di far saltare il posto».
Alle 15 del pomeriggio dello stesso giorno il console tedesco Won Rohan chiamò con urgenza il Vescovo nell’albergo in cui alloggiava e gli mostrò un telegramma dell’ambasciatore tedesco presso la Rsi che ordinava: «Consegnate Genova al Vescovo Siri». Il presule pensò che sarebbe stato opportuno consegnare la città al cardinale Pietro Boetto, ma evitò di fare pressioni.
Accettò e sentito il diplomatico mettendosi sull’attenti e facendo il saluto si dichiarò prigioniero (Memorie di Siri pag. 584).
Il Vescovo Ausiliare si preoccupò subito di dare continuità agli uffici, abbandonati dalle autorità fasciste; dispose che ad assumere la responsabilità fossero i funzionari più alti in grado e poi cercò di rintracciare le persone cui trasmettere i poteri. Incontrò un ufficiale dell’esercito, il maggiore Mauro Aloni, comandante dei Gap e gli riferì quanto concordato e lo invitò a tenere le sue squadre a distanza dai tedeschi, a non impegnare operazioni, che avrebbero potuto provocare una carneficina e la distruzione del porto. Le medesime istruzioni le diede a Taviani, membro d.c. del Cln.
A sera Siri raggiunse a Villa Migone di San Fruttuoso il suo superiore Cardinale Pietro Boetto e fu coinvolto nello scontro tra soldati tedeschi in ritirata e partigiani, conosciuto nella storia della Resistenza genovese come la «Battaglia di Piazza De Ferrari».
Il futuro cardinale scriverà: «Vidi tutto: non si trattò affatto di una battaglia. La piazza era totalmente deserta. Un numero che non mi pareva forte di persone, appostate alle finestre dell’attuale Banca dell’Agricoltura e forse del Palazzo della Borsa aprì il fuoco sulla colonna germanica. La risposta fu rabbiosa (anche perché come abbiamo visto poco sopra c’era stata una specie di accomodamento) e fu terribile, direi all’impazzata. Io mi salvai dietro un pilone della Borsa, altrimenti sarei stato finito. Qui accadde un episodio dei più tristi. Comparve armato di un fucile un giovane aitante, quasi mi buttai dalla parte di via Dante. Io gli urlai dal mio posto di non avanzare che lo avrebbero ammazzato senza scopo. Lui non badò a quel che dicevo a venne avanti. Una raffica gli squarciò il ventre in modo orrendo, lui stramazzò esanime. Io lasciai il mio rifugio per vedere se era ancora vivo e per dargli l’assoluzione. Capii che non sarei riuscito a caricarmelo e portarlo all’astanteria, organizzata sotto Palazzo Gaslini, sia perché era di notevole corporatura, sia perché era grave.
Corsi allora a piazza Dante all’astanteria, venni con una lettiga e due coraggiosi barellieri e caricammo il giovane. Durante il tragitto spirò. Gli chiusi gli occhi e ritornai a vedere cosa succedeva: era finito tutto».
Il Vescovo ignorava che nella notte il Cln ligure aveva deciso l’insurrezione, pur non potendo contare sulle forti brigate partigiane della montagna. Lo intuì però nell’assistere al combattimento di cui sopra e ne ebbe la conferma una volta raggiunto il Cardinale Boetto a Villa Migone.
Dal porto dove erano asserragliati 1.500 fra tedeschi e fascisti si chiedeva l’onore delle armi per non azionare il dispositivo delle mine e dal piccolo borgo di Savignone, il gen. Meinhold, comandante delle truppe tedesche, avvertiva di essere pronto a fare aprire il fuoco sulla città dalle artiglierie di Monte Moro.
Il primo nodo da sciogliere era il porto che era assediato da squadre di partigiani, comandati da Giuseppe Macchiavelli, futuro esponente del Psi Ligure ed anche futuro sottosegretario, che aveva avuto Siri come professore di religione. Il futuro parlamentare fu convinto dal suo ex professore e vescovo a trattare ed aprì lealmente da galantuomo. Due sacerdoti, tenendo un lenzuolo bianco parlamentarono con i marinai tedeschi, i quali dopo 45 minuti si avviarono fuori dalla città senza alcun disturbo.
Appianata o meglio risolta la questione «porto» il Vescovo scrive una minuta di una lettera al gen. Meinhold, che corretta e firmata dal cardinale Boetto venne recapitata allo stesso generale. La lettera provocò la sospensione del bombardamento sulla città da parte dell’artiglieria tedesca ed il mattino del 25 aprile il generale giunto a Genova chiedeva di arrendersi al Cardinale.
Il Vescovo ausiliare, cioè Siri, voleva ricordare al Comandante tedesco che la resa era già stata convenuta da due giorni, ma per evitare spargimenti di sangue, si limitò a chiedere perché voleva arrendersi nelle mani dal Cardinale. Risposta papale papale: «Perché è l’unica cosa seria che ci sta a Genova».
Fu lo stesso Siri a predisporre la cerimonia e racconta che faticò a trovare membri al Cln liguri e che mise insieme un gruppo di ragazzotti, che ostentavano un fazzoletto rosso e un moschetto: spiegò a loro le cose e li mise in riga come picchetti d’onore per i plenipotenziari della futura resa. Cercò uno che gli parve più facinoroso e gli disse: «Ti faccio tenente, tu comanda e tienili a posto!».
I membri del Cln arrivarono prima di Meinhold e si meravigliarono di presentarsi le armi. Lo stesso Siri approfittò del ritardo del generale tedesco per prendere gli ultimi accordi con il suo superiore Cardinale Pietro Boetto.
La notizia si sparse in un baleno e lo scopo fu raggiunto: fare una manifestazione esterna, accentrata e solenne, che significasse per tutti la fine delle ostilità e del sangue inutilmente versato.
La pubblicazione delle «Memorie delle vicende genovesi» di Siri suscitò notevoli proteste e polemiche. Il Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza, Lazzaro Maria De Bernardis, esponente della Dc (di sinistra) ed ex comandante partigiani (molto probabilmente sinistra anche loro) inviò al Cardinale un telegramma di «addolorato rammarico» accusandolo di «aver alterato proporzione ed avvenimenti e espresso giudizi deformanti» (da che pulpito si potrebbe dire oggi!).
Per Siri invece, si era trattato di testimoniare con la verità l’opera delle autorità ecclesiastiche, alla fine del conflitto e negli anni successivi, quando era stata costituita una «commissione d’inchiesta» presieduta da un magistrato allo scopo di accertare i fatti relativi al salvataggio del porto (e qui bisognerebbe anche ricordare il comandante Arillo della Marina della Rsi).
Ed a commento del fatto l’illustre e compianto presule aggiunge: «Credo che il Mannetti (il magistrato dell’inchiesta) fosse uomo onesto, ma fu accerchiato da coloro, che volevano assolutamente togliere alla chiesa ogni merito. Per questo motivo io dissi al mio Segretario Monsignor Pesce, che aveva vissuto con me tutta la vicenda, di abbandonare, protestando il comitato di inchiesta. Cosa che altri non fecero, in quella inchiesta comparvero personaggi ed eroi, che io solo, mentre tutti fuggivano, non ho mai incontrato sulle strade e sui destini di Genova».
Non pretendo di sapere tutto, ma quella che ho scritto è pura verità!
Il senatore Taviani, anche lui scomparso, membro del Cln in proposito ha detto: «La rievocazione di Monsignor Siri del 1975 è esatta per quanto riguarda i fatti» ma poi sibillinamente e subdolamente aggiunse: «Uno rappresenta un lato del prisma» e poi si arrovella sui tedeschi e sui fascisti e quasi paragonando Genova a Varsavia.
Noi propendiamo a credere del tutto puntuale l’esposizione del defunto Arcivescovo di Genova, conoscendone l’alta statura morale, l’onestà intellettuale ed il rigoroso senso della verità oltre alla profonda fede cristiana.
Forse un contributo maggiore alla «battaglia di Genova» (presunta) sarebbe potuta pervenire da Aldo Gastaldi, il mitico Bisagno, che scomparve misteriosamente (e forse non tanto) in un malcelato incidente d’auto e che dopo il 25 aprile aveva avuto dagli Anglo-Americani il compito di disarmare i Gap per evitare stragi di fascisti o presunti tali.