Così un giudice ha fermato l’attacco alla Consulta

I retroscena sulla crisi aperta tra Governo e Corte costituzionale. Per placare Vaccarella, il presidente Bile e Flick chiesero a Prodi di
smentire i ministri. Il premier non voleva farlo pubblicamente, poi ha
ceduto

Roma - Il governo s’affanna a versare acqua per attutir le polemiche, si mobilita pure il capo gabinetto del ministero delle Pari opportunità, il costituzionalista Stefano Ceccanti, per assicurare che no, il referendum elettorale è più che «ammissibile», c’è la giurisprudenza dell’Alta Corte a dimostrarlo. L’opposizione però non demorde, continua a denunciare che il governo «cerca di boicottare il referendum per allungarsi la vita». Intanto, forse per spostar l’attenzione, ecco tornare alla ribalta le «quote rosa». Un rilancio al quale doverosamente provvede la titolare delle Pari opportunità, Barbara Pollastrini. Che incassa però una bordata di critiche da parte di Rifondazione comunista.
Per la verità, è stato il presidente Giorgio Napolitano ad agitare il tema delle «pari opportunità per tutti», partecipando ieri mattina alle celebrazioni dell’anno europeo e sollecitando «azioni normative e comportamenti anche indotti dall’azione di governo». La ministra Pollastrini, che era al fianco del capo dello Stato, ha preso la palla al balzo specificando che qualunque riforma della legge elettorale - dunque il referendum è ancora un’ipotesi irreale? - «dovrà avere tra le sue premesse la piena applicazione dell’articolo 51 della Costituzione». Appunto, le quote rosa. Con la solenne promessa che «almeno per quanto riguarda» la Pollastrini, «il governo non starà a guardare»: quello delle pari opportunità è un problema così importante che abbisogna di specifiche e appropriate commissioni parlamentari. Poteva star zitto Romano Prodi, anch’egli presente al convegno? «Dieci anni fa non ero favorevole alle quote rosa, con le preferenze venivano elette poche donne», ha sentenziato il premier, «e con questa leggiaccia i partiti hanno fatto le liste, ma per le donne è stato ancora peggio. Allora, facciamo un discorso serio di quote».
Un serio discorso sulle quote rosa? A parte che è subito intervenuta Giovanna Capelli, a nome del Coordinamento delle parlamentari Prc-Sinistra europea, bollando come «particolarmente inadeguata» la proposta della ministra Pollastrini, c’è da dire che è storicamente dimostrato come il tema della quote rosa produca sempre e inevitabilmente il blocco di ogni riforma elettorale per via parlamentare. Giovanni Russo Spena, capogruppo rifondarolo al Senato, sollecita la competente commissione senatoriale, «dove è incardinato il disegno di legge elettorale», a lavorare «con la massima alacrità per scongiurare il referendum» e varare un sistema «che segua il modello tedesco». Ieri sera infine, l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha preso a valutare l’ipotesi di trasformare la «bozza Chiti» per la riforma elettorale in un ordine del giorno da portare in aula e fissare così i punti guida della nuova legge.
Da An però, Maurizio Gasparri promette che «dal centrodestra non ci sarà nessun assist all’esecutivo», gli spazi per fare una «buona legge» sono ridotti al lumicino e il referendum «resta l’unica strada praticabile». Anche Roberto Castelli sembra arrendersi all’inevitabile e annuncia: «La Lega non ha paura di questo referendum. Se viene sconfitto meglio, altrimenti la Lega ha un patrimonio di voti che le consente di andar da sola». Persino il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, che pure sollecita la necessità di «riportare il confronto sulla riforma elettorale sui giusti binari della responsabilità e della chiarezza», perché «avvelenare il clima non conviene a nessuno», già s’appresta alla battaglia referendaria annunciando che «in quel caso l’Udc sarebbe schierata per il non voto».
Paradossalmente, nel centrosinistra che continua a dirsi contrario al referendum, ci si prepara al responso popolare. E Giovanni Guzzetta, per il Comitato promotore, può ora sollecitare «serenità e informazione».