«Così il giudice Pasquin favoriva la cosca Mancuso»

Mimmo Di Marzio

da Milano

In Calabria recita un vecchio detto: «Cu sparti pigja a megjiu parti», ovvero chi divide il cibo si accaparra la porzione migliore. Il magistrato Patrizia Serena Pasquin, pur veneta di origine, quel proverbio deve averlo imparato bene negli anni in Calabria che l’hanno portata alla presidenza della sezione civile del Tribunale di Vibo Valentia. Ne è arciconvinta la Procura di Salerno che, nell’ambito dell’inchiesta «Dinasty 2-do ut des», accusa la Pasquin di non aver esitato a favorire la cosca mafiosa dei Mancuso, aggiustando processi, ritardando istanze fallimentari, favorire boss e rampolli della ’ndrangheta, con l’unico obbiettivo di accedere ai milioni di euro destinati a un villaggio turistico a Parghelia di cui è socia occulta. Sulla vicenda, nel carcere circondariale di Fuorni a Salerno dove è rinchiusa, sabato la magistrata è stata interrogata per nove dal Gip Anita Mele, dai pm Domenica Gambardella e Mariella De Matteis, che la imputano di corruzione, corruzione in atti giudiziari, abuso d'ufficio e falso. Tra le persone che hanno ricevuto l'informazione di garanzia c'è anche il sindaco di Parghelia, Nicola Calzona.
Nell’ordinanza, il Gip sottolinea come la Pasquin, mentre era presidente del collegio per le misure di prevenzione del Tribunale di Vibo Valentia, nonostante avesse rapporti di frequentazione con il difensore di fiducia dei boss Mancuso, non si astenesse dal trattare procedimenti relativi a misure di prevenzione nei confronti di un esponente della cosca che, attraverso alcuni atti, sarebbe stato agevolato.
L'accusa sostiene che i rapporti tra la Pasquin ed il difensore dei Mancuso si «inserivano in un contesto di reciproco sfruttamento dei ruoli di ciascuno, in modo che la dottoressa Pasquin potesse sfruttare la rete di conoscenze dell'avvocato all'interno degli organi di vertice degli enti pubblici territoriali del Vibonese». L'interesse del giudice era principalmente rivolto, secondo l’accusa, alla realizzazione della «lottizzazione nel comune di Parghelia presentata dalla società “Il Melograno Village” di cui la Pasquin era socia occulta». Il magistrato, in occasione della riunione del consiglio comunale di Parghelia, avrebbe contattato il difensore dei Mancuso per chiedergli di intervenire su alcuni esponenti del consiglio per «ammorbidire la posizione» affinché la realizzazione della lottizzazione non avesse ostacoli.
Dagli elementi raccolti dagli inquirenti, inoltre, sarebbe emerso anche che la lottizzazione del villaggio turistico avvenne ancor prima che la società Melograno Village Srl acquistasse tutti i terreni. Il cantiere di Parghelia è stato intanto sequestrato su disposizione dei magistrati di Salerno. Secondo quanto è emerso dalle indagini, componente della società che sta realizzando il villaggio è Alessandro Tassone, figlio del giudice Pasquin, che in realtà, sempre secondo l'accusa, avrebbe svolto tale ruolo per conto della madre. Secondo la Procura, inoltre, la procedura per la realizzazione del villaggio sarebbe stata caratterizzata da una serie di illeciti. Dagli atti dell' inchiesta emerge il ruolo svolto nella vicenda dal giudice Pasquin che «consigliava, si preoccupava - sostengono i magistrati di Salerno - compulsava pubblici amministratori e faceva pressioni alla stregua di uno spregiudicato imprenditore interessato a una cosa propria».