Così la giunta Veltroni assegnò i maxiappalti "all’amico" Romeo

Nel 2004 la gara da 576 milioni per le strade di Roma era «viziata»
Authority e Tar la bocciarono. Il Consiglio di Stato però diede l’ok. <a href="/a.pic1?ID=315740" target="_blank"><strong>Le carte dell'inchiesta sull'imprenditore napoletano</strong></a>: &quot;Mo' ci penso io, non preoccuparti, quel collega giudice è delizioso&quot;

di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Ecco le carte segrete della guerra sul maxi-appalto romano che imbarazzano Walter Veltroni. Carte scottanti, in parte depositate nei tribunali amministrativi e nelle procure impegnate a indagare sull’imprenditore Alfredo Romeo, che raccontano la corsia preferenziale riservata al costruttore napoletano per accaparrarsi la concessione da 576 milioni di euro per la manutenzione delle strade capitoline. Leggiamole insieme. L’appalto, di fatto, nasce nei primi mesi del 2004. Si comincia a buttare giù qualche idea. Quando la gara diventa di dominio pubblico, nell’ambiente dei costruttori, vox populi si dà per scontata la vittoria di Romeo. E così è stato. Ciò nonostante, per motivi diversi, si forma un parterre di partecipanti di primo livello, il migliore su piazza. Quattro i capofila in corsa: Autostrade Spa, Manutencoop, Manital, Romeo Gestioni. È interessante notare che nel bando di gara non viene richiesta specifica esperienza per gestione di patrimoni stradali (che Romeo non avrebbe avuto) ma si richiede esperienza in gestione di patrimoni immobiliari. Eppure di strade e di manutenzione delle stesse, si tratta. Scontato che le strade sono «immobili», non si comprende perché ad esempio, nella provincia di Napoli, nel fare esplicito riferimento a società che avessero esperienze di gestione stradale, Romeo è stato tagliato fuori.
Il giallo. Perché a Roma no? Perché si parla genericamente di immobili? Perché tanta trascuratezza nella ricerca dei requisiti idonei? Proviamo a capirlo. Nonostante le voci su Romeo, i grandi gruppi decidono lo stesso di partecipare, chi per onor di firma, chi seriamente come evidentemente fa Manital, che è la ditta nota per aver contrastato Romeo in ogni sede. Il 12 ottobre 2006 la commissione di valutazione tecnica del Comune termina i lavori: primo arriva Romeo con 66 punti su 70, Manutencoop secondo con 57/70, Lanital a seguire con 55/70, ultimo Autostrade con 55 su 70. Vale la pena notare che le uniche a vantare specifiche esperienze di manutenzione stradale sono proprio le ultime arrivate. Una settimana dopo vengono aperte le buste con le offerte economiche, e la classifica non cambia. La gara si aggiudica provvisoriamente a Romeo.
Il ricorso. Il 15 novembre Manital presenta atto di diffida al Comune e istanza di parere all’Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici. La Manital diffida il Campidoglio dal consegnare la gara perché ritiene che per Romeo ci sia un conflitto di interessi grande così. Perché? Semplice: il titolare di una delle imprese che partecipava alla gara insieme a Romeo, un certo Luigi Bardelli, nel periodo di nascita dell’appalto, era stato nel Cda di Risorse per Roma, ovvero in una società di progettazione creata dal Comune di Roma, che ne è proprietaria al 95%. È evidente che il consigliere Bardelli può essere stato messo nel Cda solo dal Comune di Roma. Essendo stato presidente della Cassa Edile per 10 anni (dal ’95 al 2004) non si poteva non sapere che Bardelli era un costruttore interessato all’appalto del quale Risorse per Roma stava facendo la progettazione. E allora le domande vengono spontanee. Come poteva il Comune di Roma non sapere che nella squadra di Romeo c’era Bardelli? Come poteva non conoscere questo conflitto di interessi espressamente vietato dalla legge sui lavori pubblici? Questa legge prevede che tra progettista ed esecutore non debba esserci nemmeno il sospetto di una pur minima commistione. E invece, qui, è chiara. Limpida. Conosciuta.
La decisione. Il 10 di gennaio 2007 la speciale «Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici dei lavori servizi e forniture», sollecitata a dirimere la controversia, letti gli atti intima al Comune di non procedere assolutamente alla consegna del maxi appalto fino alla definizione del ricorso sollevato da Manital. Il 6 febbraio, la stessa autorità conclude la sua istruttoria, dicendo in tre righe: «Il Consiglio ritiene non conforme all’articolo (...) l’aggiudicazione dell’appalto in questione all'A.t.i. Romeo Gestioni Spa, Vianini, Consorzio Strade Sicure». L’Authority sugli appalti non ha dubbi: l’aggiudicazione è illegittima. Il Comune di Roma, decide lo stesso di andare avanti con uno degli appalti più grandi della sua storia (700 milioni di euro!) senza tenere conto del parere della più alta autorità in materia.
Il ricorso. Di fronte a questo sconcertante comportamento del Campidoglio, la battaglia legale si trasferisce al tribunale amministrativo regionale del Lazio. Dai motivi dei ricorsi al Tar esposti da Manital (terza classificata) si evidenziano anche clamorose sviste della commissione esaminatrice del Comune. Talmente evidenti che pure il Tar, nella sentenza numero 4.315 del 2007, che dà torto a Romeo e alla Manutencoop (seconda classificata), ne rimane a dir poco sorpreso.
La sentenza. Il Tar, nelle sue conclusioni, sancisce inequivocabilmente il conflitto di interessi da parte di Romeo (più altre irregolarità). Che, dunque, è escluso dall’appalto. Romeo ricorre, com’è suo diritto, al Consiglio di Stato. E a sorpresa ricorre anche il Comune di Roma che in teoria avrebbe potuto essere un po’ più «terzo» rispetto alle diatribe legali dei concorrenti. Bisogna tenere presente che proprio su questo preciso passaggio temporale gira buona parte dell’inchiesta sull’appaltopoli napoletana che vede in Romeo il regista dell’associazione per delinquere. La procura di Napoli, infatti, ha trasmesso alla procura di Roma i contenuti delle intense conversazioni tra Romeo e Renzo Lusetti del Pd, laddove traspare un tentativo di Romeo di fare pressione sui componenti del collegio del Consiglio di Stato chiamato a dire l’ultima parola sul maxi-appalto delle strade romane.
Le pressioni. Nello specifico, proprio in seguito al secco parere dell’Authority sugli appalti e alla devastante sentenza del Tar, Romeo percepisce chiaro il rischio di perdere la partita. Le prova tutte. Attraverso Lusetti chiede un intervento del «grande capo» (che secondo i pm partenopei è Francesco Rutelli) su un magistrato amministrativo (che poi si è appurato non faceva parte del collegio) perché per lui, la sentenza in arrivo al Consiglio di Stato è «una questione di vita o di morte».
Il verdetto. Nel novembre del 2007 esce la sentenza. Il Consiglio di Stato ribalta il verdetto del Tar. Attaccandosi a meri errori formali di procedura di Manital (che il Tar aveva ritenuto irrilevanti) accoglie il ricorso incidentale di Romeo ed esclude Manital dalla corsa. Cosa è successo? Il Tar e l’Autorithy hanno preso lucciole per lanterne? Ma no. La cosa è più sottile. Il Consiglio di Stato, una volta esclusa per motivi banali la Manital, si guarda bene dall’affrontare il nodo cruciale che esclude Romeo. E così sorvola a volo d’uccello, come se fosse di poco conto (e non lo è) sul problema centrale del conflitto di interessi dell’uomo che concorre in tandem con Romeo. Conflitto che, dunque, diventa «irrilevante» per il Consiglio di Stato. Un ragionamento fin troppo burocratico, che contraddice clamorosamente quanto espresso in altre sentenze del Consiglio di Stato, secondo le quali anche il «sentore» del conflitto d’interessi è motivo di esclusione. Questo è lo spirito della legge che così, fino a Romeo, è stata interpretata. Anche in una sentenza di qualche mese prima (la numero 1.302 del 19 marzo 2007) la stessa sezione, redatta dallo stesso giudice-estensore della sentenza che ridà l’appalto a Romeo, si era espressa in maniera completamente diversa.
Il divieto. L’articolo 90 comma 8 del 163/06, comunemente detto «codice contratti», testualmente recita: «Gli affidatari di incarico di progettazione non possono partecipare agli appalti o alle concessioni di lavori pubblici (...). Non può partecipare un soggetto controllato, controllante o collegato all’affidatario degli incarichi di progettazione (...)». Il caso di Bardelli, e di Romeo, calza a pennello. Il tanto decantato sindaco Veltroni ha consentito che si sorvolasse su un conflitto di interesse che avvantaggiava solo, ed esclusivamente, il gruppo Romeo. Tra i primi ad accorgersene Fabio Sabbatani Schiuma, segretario del Sialp (Sindacato imprese appaltatrici dei lavori pubblici) che aveva compilato un corposo dossier sulle stranezze dell’appalto cucito su misura per Romeo: «Soddisfatto della pagliuzza che il Consiglio di Stato trova per escludere il secondo classificato, Veltroni non solo ha ignorato la trave che pesa su Romeo ma ha confermato l’aggiudicazione allo stesso Romeo per 580 milioni su 9 anni».
La rescissione. Appalto discusso che il neosindaco Gianni Alemanno si è guardato bene dal controfirmare rilevando «inadempienze contrattuali», la pessima conduzione dei lavori emersa con le recenti alluvioni su Roma, esponendosi a critiche forsennate da parte di consiglieri comunali d’opposizione. Vale la pena porre attenzione anche all’altro grande appalto, recentemente rinnovato, che sempre Romeo gestisce dai primi tempi del Primo Rutelli, sia dal punto di vista amministrativo (riscuote gli affitti) che da quello manutentivo (fa i lavori) gli stabili di proprietà del Comune di Roma. Ma questa, per ora, è un’altra storia.
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