Così a «Gossipopoli» i panni sporchi si lavano in pubblico

Caro Granzotto, come si spiega che una pratica giudiziaria delicata e riservata come la separazione dei coniugi Berlusconi sia finita di pubblico dominio e, quel che è peggio, finita sulla prima pagina del maggior quotidiano italiano? Non stiamo per caso perdendo il senso della misura e calpestando il rispetto per il prossimo?
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Non si scappa, caro De Luca: da quando ci siamo inventati la figura del Garante della privacy ed elaborato la farraginosa legge in materia, le incursioni nelle faccende private dei cittadini si sono centuplicate. Nata (in America, e ti pareva) per garantire il diritto a esser lasciati in pace, per maliziosa eterogenesi dei fini la privacy s’è rivelata un incentivo a farsi i fatti degli altri, e a più non posso. Non solo: se prima, caso mai, volavano gli stracci, oggi più che altro volano mutande, con rispetto parlando. È infatti il pettegolezzo - reso più elegante col nome di gossip - porcaccione a tener banco ed è lì, nell’intimo, che si fa strame delle norme a tutela della riservatezza. L’essere umano è essenzialmente guardone, a quanto pare, perché nulla sembra interessarlo più che le avventure e disavventure d’alcova e dintorni. Non è poi detto che non siano gli interessati, o almeno uno degli interessati, a fornire il pretesto per lo svelamento degli altarini (il più delle volte senza immaginare che aperta la falla non c’è cemento a presa rapida che possa richiuderla impedendole di diventare prima breccia, poi voragine e quindi macerie). Il libero accesso alla privatezza del Cavaliere che poi condusse al gaglioffo «Noemigate» e al fandango di giovanotte di coscia lesta, originò proprio da una lagnanza inviata, per la pubblicazione, dalla signora Veronica alla Repubblica. Se ricorda, caro De Luca, fu allorché il di lei marito se ne uscì - al Galà dei Telegatti! - dicendo che se non fosse stato già accasato, volentieri si sarebbe unito a una certa signorina lì presente. Ritenendo quelle del suo Silvio «affermazioni lesive della mia dignità» e «vincendo (alla grande, ndr) la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere», la signora Veronica rese noto, via organo d’informazione, che si aspettava dal marito delle pubbliche scuse. Seguirono poi altre lagnanze con dignità di stampa, ma il più era fatto: una volta messa la privatezza in piazza, in piazza è restata fino all’esito finale, la procedura di divorzio con annessa richiesta di assegno di mantenimento (3 virgola 5 milioni al mese).
Questo di suggerire quando non proprio di autorizzare altri - e in particolare i giornalisti - a ravanare nelle proprie faccende private è un costume che prende sempre più piede e di casi simili son piene le cronache. L’ultimo, per restare fra i casi eminenti, è quello che ha visto coinvolto Charles Phillips, presidente di Oracle e membro dello staff di Barack Obama, e la sua amante dall’incredibile nome di Ya-Vaughnie Wilkins. L’ubi consistam, l’infedeltà, resta sempre quello, a cambiare è stato il modo di affrontarla. Oggi, come lei dice, caro De Luca, avendo perso il senso della misura la si sventola ai quattro venti imbastendoci conferenze stampa, mentre una volta, quando si teneva al decoro, restava cosa non detta, negata all’evidenza (si racconta di quell’inglese che, facendo visitare a un amico americano il suo castello - «questa è la stanza dove dormì la Regina Vittoria, questo è il ritratto del mio antenato alla battaglia di Hasting, questo è il salone delle feste» - aperto l’uscio della camera da letto e vedendo sua moglie fra le lenzuola col giardiniere fece, distaccato: «Questa è la stanza dove dormiamo, quella è mia moglie e quello accanto sono io»).