Così il governatore butta i soldi: 850 stipendi per un fallimento

nostro inviato a Cagliari

La Sfirs è una impronunciabile sigla che indica l’Iri della Sardegna. Significa Società finanziaria industriale rinascita Sardegna. Fu fondata nel 1966, il 93 per cento del capitale è della Regione, il che «garantisce interventi che non mirano alla speculazione ma alla condivisione del rischio». Agisce «come finanziaria di investimento», «socio chiave di imprese manifatturiere e di servizi che creano lavoro, ricchezza e innovazione tecnologica». È proprio così?
Negli anni in cui Renato Soru è stato governatore, tra le società di cui il suo braccio finanziario è stato «socio chiave» c’era una famosa azienda tessile, la Legler, nata nel 1863 da una dinastia di industriali svizzeri a Ponte San Pietro (Bergamo). Negli Anni 60 i Legler importarono per primi in Italia il denim, cioè il tessuto per i jeans; lanciarono le vendite per corrispondenza (Vestro) e il marchio Prenatal. Nel 1989 subentrò la famiglia Polli. Oltre a quello bergamasco, la Legler aveva tre stabilimenti nel Nuorese, a Macomer, Ottana e Siniscola, con 850 dipendenti. Della fabbrica di Ottana la Sfirs deteneva il 40 per cento dal 1994.
Le cose cominciarono ad andar male con l’arrivo della concorrenza cinese. La Legler perse grandi quote di mercato. Nel 2006 chiese al ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani il sostegno del Fondo di salvataggio per le aziende in crisi, ma il prestito fu bocciato dalla Commissione europea come aiuto di Stato. Soru decise allora di far intervenire più massicciamente la Sfirs, che acquistò il 49 per cento del gruppo, compreso dunque lo stabilimento principale di Ponte San Pietro. Si sprecarono le ironie sul governatore sardo che dava una mano a un’azienda lombarda.
La finanziaria preparò un piano di ristrutturazione da 39,2 milioni di euro: un terzo come garanzia, un terzo a fondo perduto, l’ultima tranche come conversione in capitale del debito (pari a 50 milioni di euro) maturato dalla Legler verso la stessa Sfirs. Dal 1° giugno 2007 l’Iri sardo divenne il principale azionista dell’azienda tessile, che nel frattempo aveva messo gli operai in cassa integrazione.
Soru ha sempre difeso l’operazione a spada tratta. «Abbiamo voluto dire che dev’essere fatto anche l’impossibile per salvare lo sviluppo tessile in Sardegna - disse durante un incontro con gli industriali -. Magari non ci riusciremo, ma avremo la consapevolezza di aver tentato il tutto per tutto». La relazione al bilancio 2007 della Sfirs spiega che l’intento era «contribuire per quanto possibile al superamento dello stato di crisi nella prospettiva anche di vedere soddisfatto seppure parzialmente il proprio credito». La finanziaria regionale si riprometteva di vendere tutto al più presto.
Ma sulla Sfirs si è abbattuta la censura della Banca d’Italia al termine di un’ispezione. La Legler, «oggetto nel tempo di investimenti per complessivi 26,1 milioni di euro rivelatisi perdenti per circa il 90 per cento», è stato un fallimento, un affare «anomalo per la presenza di elementi di contraddittorietà», effettuato «in assenza di un’istruttoria adeguatamente ampia e approfondita», caratterizzato dall’«assunzione del controllo di fatto e di un significativo ruolo gestionale» della Sfirs mentre «si sarebbe dovuta lasciare in capo ai soci originari la responsabilità imprenditoriale e gestoria».
Anche la Commissione Ue ha criticato l’operato del braccio finanziario di Soru: l’azione della Sfirs non ha procurato all’impresa «alcun vantaggio poiché un investitore privato avrebbe potuto procedere alla medesima operazione per evitare il fallimento e recuperare i suoi crediti in maniera più efficace». E si dubitava che il previsto piano di ristrutturazione (106 milioni di euro tra il 2007 e il 2012) fosse in grado di «ripristinare la redditività».
Intanto tra i sindacati cresceva il sospetto che il fine dell’operazione non fosse salvaguardare gli 850 posti di lavoro, ma mostrare l’attivismo della Regione. «Soru ha venduto fumo, Regione e Sfirs vogliono scaricarsi un peso, con un’operazione che porterà alla cancellazione definitiva delle nostre fabbriche», disse Franceschino Spanu dell’Ugl. Che fu facile profeta. Un anno fa l’azienda fu svenduta per non più di cinque milioni di euro alla Ferratex. Ora la Legler, che nel frattempo ha mutato nome in Texfer, è in amministrazione straordinaria, anticamera del fallimento. L’intervento della Sfirs si è tradotto in uno spreco di soldi pubblici che non servirà a garantire i posti di lavoro. A quanto risulta al consigliere regionale Paolo Maninchedda (Partito sardo d’azione), Bankitalia avrebbe multato alcuni membri del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale della Sfirs. I multati avrebbero presentato ricorso alla corte d’appello di Roma.