Così il governo ha messo le manette alla criminalità

Negli ultimi cinque anni gli omicidi sono diminuiti del 17%, gli assalti alle banche del 9,7%. Rafforzata anche la lotta alle cosche: i delitti di mafia e camorra sono scesi del 31%

Il problema della sicurezza interna, ed esterna soprattutto dopo l’11 settembre, è ai primi posti tra le preoccupazioni degli Italiani. Macro e microcriminalità hanno poi precise conseguenze sul piano economico: frenano nuove iniziative, penalizzano quelle esistenti, scoraggiano investimenti in determinate aree. Ma un problema che in alcuni casi è secolare è stato affrontato con decisione e ha dato risultati innegabili, indipendentemente dai giudizi negativi della sinistra.
P La sinistra nega che il governo voglia combattere la mafia: «La lotta alla mafia non è una priorità per il governo» (Giuseppe Lumia, capogruppo dei Ds nella Commissione parlamentare Antimafia dalle pagine, l’Unità 21 ottobre 2005, subito dopo l’omicidio Fortugno).
P «Le organizzazioni mafiose e quella siciliana in particolare, sono tornate a essere fortissime sul territorio. Non accadeva dalla stagione delle stragi del 1992 e del 1993. Un ulteriore indebolimento dell'efficienza del sistema giudiziario non potrà che rafforzarle ancora» (Antonio Ingroia, pubblico ministero a Palermo, ed esponente della corrente di Magistratura democratica, l’Unità 27 gennaio 2006).
I dati dal 2001 dimostrano non solo un aumento annuo medio di consigli comunali sciolti, ma di sicuro che l’impegno non è diminuito e che la lotta alla mafia non è stata una priorità abbandonata dal governo di centrodestra. Nel 1994: 4 consigli sciolti per mafia, nel 1995: 3, nel 1996: 8, nel 1997: 7, nel 1998: 6, ne1 1999: 6, nel 2000: 4, nel 2001: 6, nel 2002: 6, nel 2003: 12, nel 2004: 6, nel 2005: 15.
La strategia del governo ha portato risultati concreti e misurabili anche se, come ha detto il ministro Pisanu, «non abbiamo elaborato teoremi antimafia, ma abbiamo contribuito fortemente a ridurre il tasso di mafiosità del nostro Paese». Infatti, dall’insediamento del governo Berlusconi alla fine del 2005 sono stati catturati 807 latitanti appartenenti alla grande criminalità organizzata: mediamente uno ogni due giorni. Più della metà di costoro militavano nella mafia siciliana o nella camorra napoletana, o nella ’ndrangheta calabrese o nella sacra corona unita pugliese.
All’aumento delle catture corrisponde poi una diminuzione dei cosiddetti omicidi di mafia. «Nel periodo luglio 2001 - novembre 2005, ovvero in questi 53 mesi di governo Berlusconi - riferisce Pisanu - gli omicidi ascrivibili alla criminalità organizzata sono diminuiti del 31% rispetto al periodo febbraio 1997 - giugno 2001, ovvero nei 53 mesi dei governi Prodi, D’Alema e Amato».
Il centrosinistra esce male anche dal confronto anche su un altro tema determinante: «Con il governo di centrodestra c’è stato un forte aumento delle organizzazioni a delinquere smantellate (+25,7%) e delle persone denunciate per appartenenza al crimine organizzato (+34,5%)».
P La sinistra si avvale di considerazioni generiche: «Alla mafia si offre, in cambio del voto, la “faraonica” pappatoia del ponte di Messina» (Giovanni Sartori, Corriere della Sera 5 gennaio 2006).
Al noto politologo, che accusava il governo di centrodestra di aver dimenticato il problema delle mafie, è lo stesso Pisanu a con una lettera al Corriere della Sera pubblicata l’8 gennaio scorso: «Segnalo al professor Sartori che fin dal marzo del 2003 ho istituto presso il Viminale un Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere. Vi fanno parte autorevoli rappresentanti della procura nazionale antimafia».
Il Comitato si è già occupato del Ponte di Messina, valutando i rischi di infiltrazione mafiose nelle gare d’appalto. Il governo Berlusconi, insomma, è ben cosciente di quanto questa grandiosa opera possa essere appetibile, da una parte e dall’altra dello Stretto, per la mafia e la ’ndrangheta. E, a tal fine, il Comitato «ha anche concluso un apposito protocollo di intesa con la società concessionaria» per monitorare gli appalÈti e prevenire le infiltrazioni.
P La sinistra sfrutta l’omicidio Fortugno: «Non è ammissibile che la criminalità e la ’ndrangheta controllino in questo modo il territorio. La gente si sente abbandonata. Questo è un sentimento antico, che con questo governo è arrivato a limiti insopportabili» (Romano Prodi, in occasione dei funerali di Francesco Fortugno, il consigliere regionale calabrese ucciso il 16 ottobre 2005 a Locri).
P L’occasione è ghiotta per generalizzare: «È chiaro che l’omicidio Fortugno non è un evento occasionale bensì la prassi in una Regione abbandonata a se stessa. È mancata una strategia di lungo periodo, le operazioni ad alto impatto tanto sbandierate dal governo sono un’eccezione, interventi sporadici che certo non bastano per fronteggiare una minaccia quale quella mafiosa» (Giuseppe Gambale, responsabile Lotta alle mafie della Margherita, www.margheritaonline.it, 31 ottobre 2005).
Risponde il ministro Pisanu: «In Calabria non ho certo aspettato l’omicidio Fortugno per impostare nuove e più solide basi per l’azione contro la ’ndrangheta che oggi è la più potente e pericolosa organizzazione di tipo mafioso». E cita l’arresto avvenuto il 17 febbraio 2004 di Giuseppe Morabito, latitante da dodici anni e considerato unanimemente dagli investigatori il numero uno della ’ndrangheta, oltre che capo del mandamento della costa ionica.
Fin dalla primavera del 2004 - ben più di un anno prima dell’assassinio di Fortugno, avvenuta in occasione delle primarie dell’Unione il 16 ottobre 2005 - il prefetto De Sena (allora vicecapo della polizia e responsabile della polizia criminale) aveva messo a punto un programma particolareggiato di interventi che comprendeva l’aggressione ai patrimoni illeciti e ai flussi finanziari anomali, la caccia ai latitanti in Italia e all’estero, il monitoraggio degli appalti e dei cantieri e la lotta alle infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni comunali e nelle Asl. «Lo stesso De Sena, nella sua nuova veste di prefetto di Reggio Calabria - ha dichiarato Pisanu - ne sta ora curando l’attuazione sul campo, in crescente sintonia con la magistratura calabrese».
I risultati cominciano già a vedersi. Il 26 dicembre 2005 è stato catturato ’U professore, Francesco Cataldo, il capo del clan di Locri. Pochi giorni dopo, il 19 gennaio di quest’anno, ben 54 ordinanze di custodia cautelare sono state inviate su tutto il territorio nazionale ad altrettanti esponenti della cosca Pesce-Bellocco, considerata una delle più potenti della criminalità organizzata calabrese. Altri 44 arresti sono stati effettuati lo scorso 28 febbraio: il blitz della polizia ha permesso di sgominare la cosca dei Gaglianesi che a Catanzaro gestiva il racket di usura, estorsioni, traffico d’armi e stupefacenti. E il primo marzo è tornato in prigione anche Domenico Libri, anziano boss della cosca della ’ndrangheta che prende il suo nome ed è ritenuta storica alleata dei clan Tegano e De Stefano.
P Anche la situazione di Napoli, che la sinistra amministra da tempo, viene messa in carico al centrodestra: «La lotta alla camorra è scomparsa dall’agenda del governo. A Napoli esiste un gravissimo deficit di legalità e sicurezza: la città è abbandonata a se stessa» (si legge nella Interrogazione parlamentare presentata il 30 gennaio 2004 dai senatori dell’opposizione Gaetano Pascarella, Maria Grazia Pagano, Massimo Brutti, Angelo Flammia, Fulvio Tessitore, Massimo Villone ai ministri dell’Interno e della Giustizia).
Scampia e Secondigliano nel 2004 balzarono al centro delle cronache nazionali per l’escalation di violenza e esecuzioni tra il clan di Lauro e i cosiddetti «scissionisti» per il controllo del commercio della droga sul territorio: in quell’anno a Napoli ci furono circa 140 omicidi per i violenti scontri tra clan camorristici.
Per far fronte all’emergenza, il Viminale varò un piano di coordinamento tra magistratura e forze dell’ordine. Risultato: «Nel giro di un anno sono quasi triplicate le organizzazioni criminali scoperte e le persone denunciate. Ma soprattutto - dice Pisanu - sono stati assicurati alla giustizia tutti i principali esponenti dei due peggiori clan in lotta».
P La sinistra, generica e catastrofica: «La politica del centrodestra sulla sicurezza è un totale fallimento» (Marco Minniti, capogruppo Ds alla commissione Difesa della Camera, al Sole-24 ore 27 febbraio 2005).
Per fortuna ci sono riconoscimenti dalla stampa qualificata. Luigi La Spina ha scritto: «La presenza prudente e accorta di Pisanu al ministero dell’Interno ha garantito una sostanziale buona gestione sia dell'ordine pubblico sia della lotta alla criminalità, ma il numero dei delitti e dei reati non sembra calato e la visibilità ed efficacia del poliziotto del quartiere, almeno finora, pare piuttosto ridotta» (La Stampa, 11 febbraio 2006).
Al ricordato convegno di Nova Respublica, Pisanu non ha esitato a dire: «Se mettiamo a confronto i risultati di questo governo con i precedenti cinque anni del centrosinistra, allora vediamo che gli omicidi sono diminuiti del 17% e le rapine in banca del 9,7%» (vedi grafico).
Quando allo specifico delle rapine in villa, che hanno forte risonanza in tv, Pisanu ha detto che dall’anno scorso i reati si sono ridotti del 18% per cento, e quest’anno le cose andranno meglio poiché «sono stati censiti meglio i gruppi dediti a questo genere di delitti e sono stati messi a punto anche piani specifici che prevedono anche l’impiego delle polizie municipali».
P Anche il poliziotto di quartiere è un miraggio o peggio: «La presenza dei poliziotti di quartiere rischia di rimanere l’ennesimo spot pubblicitario del presidente del Consiglio in termini di sicurezza» (Antonio Rotondo, Ds, 18 dicembre del 2002).
Il governo Berlusconi ha puntato sin da subito ad aumentare quella che gli addetti chiamano «sicurezza percepita», ovvero la vicinanza delle forze dell’ordine ai cittadini. È proprio questo l'obiettivo per cui sono nati i poliziotti e i carabinieri di quartiere. Questi i dati forniti dal ministro Pisanu: «Oggi i poliziotti di quartiere sono 3.701 ma entro l’anno dovranno arrivare a 5mila»: l’obiettivo, infatti, «è quello di raggiungere il traguardo, non lontano, di mille quartieri presidiati».
E sul nuovo programma della Cdl è fissato un altro importante traguardo: arriveranno a 10mila i poliziotti e i carabinieri di quartiere e, al contempo, verranno stanziati fondi di incentivazione per le polizie locali. Considerato il successo dell’iniziativa, questa non può e non deve essere abbandonata.
Le indispensabili fasi di sperimentazione non hanno permesso a tutti i Comuni di vedere subito i bobby girare per i loro quartieri, ma il progetto ha dato risultati ragguardevoli. Nel biennio 2004-2005, furti, scippi, borseggi e rapine sono diminuiti nelle grandi città: a Milano sono scesi del 10,3%, dell’8% a Roma, del 15,8% a Palermo e del 7% a Bari. Più ripida, invece, la discesa nelle città di provincia: a Rimini la microcriminalità è diminuita del 39% , del 36,7% a Viterbo, del 32% a Savona, del 27% a Trento e del 25,5% a Verona. Diminuiscono gli episodi violenti anche a Potenza (-20,8%), Foggia (-28,8%), Padova (-24,7%), Perugia (-11%), Pescara( -9,5%) e Cosenza (-8%).
P Basta un intervento della Corte costituzionale su un meccanismo previsto dal decreto che ha introdotto la patente a punti per scatenare la sinistra: «Ancora una volta, se il governo avesse avuto l'umiltà di ascoltare l’opposizione, avrebbe evitato un cattiva figura» (Pierluigi Bersani, responsabile economico dei Ds, commentando la pronuncia della Consulta sulle norme del Codice della strada, il 24 gennaio 2005 a Kataweb).
La Corte costituzionale, citata da Bersani, il 24 gennaio del 2005 ha modificato un solo meccanismo previsto dalla nuova patente a punti. La Consulta ha stabilito che se il guidatore non viene identificato, resta l’obbligo per il proprietario di fornire, entro 30 giorni, il nome e il numero della patente di chi ha commesso la violazione. Se ciò non avviene, a carico del proprietario dell’auto scatta solo la multa (pari a 357 euro) ma non la decurtazione dei punti.
I buoni risultati del nuovo Codice della strada sono subito apparsi chiari: incidenti dimezzate e migliaia di vite salvate. «In poco più di due anni e mezzo - ha dichiarato Lunardi il 9 marzo - cioè dal primo luglio 2003, giorno in cui è entrata in vigore la patente a punti, ad oggi abbiamo salvato 3.200 vite. Ci sono stati oltre 60mila incidenti stradali in meno e, sempre in questo arco di tempo, abbiamo evitato ad altre 80mila persone gravi sofferenze e danni fisici molto spesso permanenti». Risultati eccellenti se si considera che «in passato in Italia si registravano 7mila morti all’anno, 350mila feriti e 20mila invalidi a causa di incidenti stradali» ha ricordato Lunari. «Il nostro obiettivo, come stabilito da tutti i ministri dei trasporti europei, è di ridurre del 50% in un decennio il numero di vittime della strada. Ebbene, l’Italia è fra i paesi europei che hanno ottenuto risultati migliori in materia di sicurezza stradale».
P Se non c’è altro, per la sinistra il decreto è liberticida: «Il decreto legge del governo sulla violenza negli stadi è liberticida e conferma il sostanziale obiettivo di criminalizzare le tifoserie delle curve» (Paolo Cento, esponente dei verdi, vicepresidente della commissione Giustizia di Montecitorio, dichiarazione alle agenzie di stampa il 27 marzo del 2003)
Il provvedimento era necessario sotto tutti i punti di vista: gli episodi di violenza e scontri sulle gradinate erano all’ordine del giorno e anche l’Ue chiedeva di arginare il fenomeno. Adesso negli stadi con oltre 10mila posti i biglietti devono essere numerati e verificati elettronicamente. Negli impianti sono poi necessari: metal detector agli ingressi, telecamere a circuito chiuso sugli spalti e grate tra le tifoserie.
Ed ecco i fatti: dalla entrata in vigore delle disposizioni ad oggi, sono diminuiti sia gli scontri con feriti (-49%) sia quelli con l’uso di lacrimogeni (-75%). Ne è una controprova il fatto che nella sola serie A è stato possibile disimpegnare 12.618 operatori delle forze dell'ordine, rendendoli disponibili per altri servizi.
P Conclusione
Per la sinistra, o il governo Berlusconi trascura la lotta alla criminalità, o i provvedimenti che prende per aumentare la sicurezza per i cittadini sono solo spot elettorali. Forse la tv dovrebbe far vedere non solo le vittime della violenza, ma anche le ben più numerose non-vittime, cioè le persone che hanno beneficiato dell’azione preventiva, investigativa e di contrasto. Ma le prime, in diminuzione, fanno notizia; le seconde no. Non c'è proprio par condicio.
(5. Continua - Domani
il dossier sull’Università)