«Così grazie alla Vespa ho mangiato la mela...»

L’unica cosa che avrei voluto cambiare era la sella. Troppo corta. E con quel ricciolo all'insù, che somigliava ad una coda mozzata. Era il 1969. Difficile far salire una ragazza su una sella così, la sella della mia prima Vespa, una 50 L, tre marce, color giallo Positano. Difficile convincerle, guardando quella sella. Ma quando salivano, perché, alla fine, salivano tutte, le cose cambiavano. Altroché se cambiavano. Si stava più vicini. E il viaggio, anche se era solo il tragitto da scuola a casa, era un viaggio nel paradiso delle emozioni e della fantasia. Miscela al due per cento, gli spiccioli per il pieno messi via nella settimana e il pieno che durava una settimana. Cerco di distrarvi perché non ho il coraggio di confessare che, per far contenta la Lella, a sedici anni, cioè due anni dopo che i miei avevano sborsato 137mila lire per regalarmi la 50L, alla fine della terza media, ho tradito, per la prima e unica volta, la Vespa. Cambiando la sella. Rimpiazzandola con una bianca, piattissima, dal nome inglese, che ho rimosso. E passando impietosamente con le bombolette spray, un blu normalissimo, sopra quel magnifico, unico, giallo. Il giallo Vespa dei manifesti dell'epoca: «Chi non Vespa non mangia la mela» . Non me la sono mai perdonata. Tanto più che la Lella, la stessa estate, mi scrisse da Varazze congedandomi perché aveva conosciuto Giorgio, che scorrazzava su un cinquantino da cross. Ma che razza di romanticismo ci può essere, su un motorino da cross? Il risultato, quarant'anni dopo, è che sono qui oggi a raccontarvi questo amore perenne. Per la Vespa, naturalmente. Perché oggi io ho quattro Vespa (non correggere, please, perché la Vespa resta uguale. Sempre. Anche al plurale). La prima è ancora lei, la 50 L. Dopo un perfetto restauro è tornata in spolvero: le ho ridato il suo giallo Positano originale e la sua sella. Che non avevo mai buttato via. Mi sentivo che, prima o poi, quel ricciolo all'insù sarebbe sembrato, come oggi mi sembra, un nasino seducente e intrigante. Come la Vespa che, diceva Corradino d'Ascanio, «finendo in A, è femmina». La 50 L ha trovato una sorella maggiore nella Gran Turismo 200 presa nel 2003, poi ci sono le altre due. Che contemplo in casa. Perché sono due modellini. L'ultimo, splendido esemplare, firmato Matteo Thun, me l'ha regalato il mio amico Marco Zangrilli. Un nome una Vespa, anzi più di una Vespa. Perché lui è un vespista in sella e in cabina di regia, capace, con uno schiocco di dita di far radunare ventimila vespisti. La Gt 200, è verde extraterrestre. Bauletto e casco in tinta. Anche Roberta, che oggi è al mio fianco, ma sta dietro, felicissima (altro che quella rompiballe della Lella), è quasi sempre ton sur ton. Con la GT mi sono appena fatto 198 chilometri in due prove a Bordighera, al primo Campionato di regolarità. Sotto il suo sellone ho la tuta e le sovrascarpe impermeabili. Perché anche se il viaggio è breve, appena ho una scusa, lo allungo. Perché la Vespa mi può portare, come mi ha portato in questi anni, comunque e dovunque. Anche qui, sui colli bolognesi. Dove scrivo queste righe e dove, come cantano i Luna Pop dal mio telefonino, quando squilla «... è bello andare in giro con le ali sotto i piedi...». E invece, mannaggia, stavolta, ci sono dovuto venire per lavoro. In auto. Ovvero con un esemplare di quelle «sardomobili» che, come si leggeva sempre sui manifesti di fine Anni Sessanta: «Vivono il caos e non vedono il sole». Mentre «Chi Vespa splende». Ma adesso è il grande momento: sto facendo fare training autogeno alla 50 L, perché la porterò al Registro Storico (Torino 20-22 Giugno). Il raduno delle Vespa immatricolate dal 1946 al 1982. Con lei parteciperò alla sfilata fino al Parco del Valentino, e con lei, assieme a mille altre Vespa, salperò verso gli orizzonti della nostalgia, percorrendo lo storico circuito automobilistico. E, alla sua ombra, mi accovaccerò per il picnic ai Giardini Reali. Alla 50 L chiedo un'ulteriore prova d'amore: dovrà conquistare al primo sguardo la giuria dei professoroni dell'omologazione, coordinati dal Conservatore. La certificazione del Registro prevede tre livelli: Ottimo, Buono, Omologata. Dipende dai difetti che ha il mezzo esaminato. La mia non ne ha. Perché è la mia.