Così ha salvato i destini della sua famiglia

«La vigilia della catastrofe (l’11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino (...). Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta». Ecco cosa scriveva Oriana Fallaci in La Rabbia e l’Orgoglio. Ora arriva in libreria(il 30 luglio) Un cappello pieno di ciliege il romanzo-testamento della giornalista scomparsa, pubblicato da Rizzoli. È l’epopea della sua famiglia, una saga che attraversa gli anni tra il 1773 e il 1889. Quasi una storia d’Italia riassunta attraverso le avventure di avi, come Carlo che si batte contro i francesi di Napoleone; Francesco nostromo, negriero e sgozzatore di mori; Giobatta sfregiato da un razzo durante la battaglia di Curtatone e Montanara. Un racconto visto anche con occhi di donne come Caterina, che alla fiera di Rosia si pone in capo un cappello pieno di ciliege per farsi riconoscere dal futuro sposo Carlo Fallaci, o come una bisnonna paterna di Oriana, Anastasìa, pioniera nel Far West e tenutaria di un bordello. Destini incrociati, veri e romanzeschi che dopo anni di ricerche, l’autrice ha visto trasformarsi quasi in una fiaba: «E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro...». In questo percorso dell’autrice alla ricerca delle sue radici, entrano anche molti elementi autobiografici. Il cancro è evocato più volte: il «mal dolent» colpisce Maria Isabel Felipa, madre di Montserrat, la trisnonna della madre di Oriana. «... Nella sua perfidia il mal dolent include qualcosa di positivo: un’attesa di solito abbastanza lunga dell’inevitabile traguardo chiamato Morte. Un intervallo o un limbo nel quale la Morte in arrivo cammina col rallentatore sicché, aspettandola e osservandola mentre viene a noi piano piano, si ha tutto il tempo di fare due cose. Apprezzare la vita ...e riflettere bene sia su noi stessi che sugli altri...».