«Così ho ammanettato il superlatitante» Ha preso Strangio, l’uomo della strage di Duisburg: «Ho pedinato i suoi familiari tra Calabria, Germania e Olanda Sono stato appostato in auto per giorni mangiando solo tonno in scatola, e poi l’ho visto entra

Reggio CalabriaHa la camicia e la cravatta. Pantaloni blu e giacca grigia. Sbarbato, capelli corti. Lo guardi, pare un manager di una multinazionale. Invece è un grande poliziotto, si chiama Antonio ed è l’uomo del giorno. Quello che ha fatto saltare il banco all’autore della strage di Duisburg Giovanni Strangio, il latitante numero uno della ’ndrangheta calabrese. Non molto alto, corporatura media, capelli brizzolati, fascino mediterraneo. Ha percorso chilometri e chilometri, sacrificando tutto, domeniche, feste comandate,vita privata, famiglia. Ma alla fine è riuscito nella sua missione. Sta nascosto dietro le quinte, di lui non si conosce il viso. Lui è due occhi che sbucano da un passamontagna, e basta: per la sua incolumità, ma anche perché è uno dei segugi più bravi della squadra mobile reggina. È partito da San Luca, inseguendo questa o quella persona, questo o quell’amico, e poi la cognata, la moglie, il fratello del cognato. Alla fine ha fatto un po’ di conti e ha tratto le conclusioni. Lo sentiamo al telefono, dopo aver convinto i suoi capi, restii a dare l’autorizzazione. Ci racconta come è riuscito nell’impresa di catturare il superlatitante che tutto il mondo cercava da anni. Dalla strage di Duisburg.
Antonio, allora com’è andata?
«Da mesi ormai ero alla ricerca di Strangio, ormai era diventata una questione di orgoglio. Non potevo tornare a casa senza averlo preso. Tante volte siamo arrivati vicino all’obiettivo, ma per un soffio non siamo riusciti a prenderlo. Ora però finalmente ho realizzato il sogno di mettergli le manette ai polsi».
Com’è arrivato a lui?
«Lo scorso mese di novembre, da San Luca, sono partite le sorelle e le cognate di Giovanni Strangio. Hanno usato tutte le precauzioni possibili, hanno viaggiato in macchina, tanto per dirne una, ma noi eravamo sempre dietro di loro. A Roma, presso un autonoleggio, hanno cambiato macchina, prendendone un’altra proprio per evitare di essere rintracciate, per depistare chi eventualmente le seguiva. Le donne dei clan ormai si sono fatte furbe, non lasciano niente al caso. Hanno percorso tutto il tratto da Roma, passando per la Francia e arrivando in Belgio, dove hanno nuovamente cambiato autovettura, per poi proseguire fino ad Amsterdam, dove si sono incontrate con Giuseppe Nirta. Abbiamo provato a seguirli, convinti che ci avrebbero portato anche da Giovanni Strangio, ma purtroppo lui non era in casa quando noi abbiamo fatto irruzione dopo aver preso Nirta alla metropolitana. Forse si erano accorti della nostra presenza».
È un fiume in piena, Antonio, parla a raffica racconta particolari. Come le due notti in cui ha dormito in macchina, vivendo da vagabondo pur di non perdere il contatto con il suo obiettivo. «Ho passato due giorni a fumare sigarette e mangiare tonno in scatola con il pane duro. Ma non potevo muovermi dal mio punto di osservazione».
Dopo l’arresto di Nirta cosa è successo?
«Sul momento nulla. Abbiamo sequestrato carte, documenti importanti, che ci hanno indicato una serie di fiancheggiatori. Abbiamo iniziato nuovamente a tessere le ragnatele, a seguire per giorni emeriti sconosciuti, gente al di sopra di ogni sospetto. E così siamo arrivati a quel palazzo del quartiere Diemen».
E a questo punto?
«Osserviamo per giorni questa abitazione di tre piani, poi vediamo che esce un individuo. Barba lunga, occhiali scuri, cappellino da baseball, quando rientra sembra guardarsi indietro per essere sicuro di non essere osservato. Sentiamo che ci siamo. Infatti è lui, lo identifichiamo».
Cosa ha sbagliato Strangio?
«La precauzione non è mai troppa e lui era guardingo, ma tutto sommato Giovanni Strangio non pensava che sarebbe potuto accadere, che noi saremmo rimasti lì anche dopo la cattura di Giuseppe Nirta».
Dentro l’appartamento i poliziotti hanno trovato un milione di euro e una pistola che però il latitante non ha fatto in tempo a usare.
«Abbiamo rinvenuto anche documenti che riteniamo utili alle indagini. E passaporti falsi. Erano organizzati. Un milione di euro, soldi contanti per un latitante che non deve lasciare traccia».
Ora Antonio, appena rientrato dall’Olanda si riposerà, ma non tanto perché c’è subito un altro latitante da arrestare.