«Così ho creato il mio romanzo staminale»

Canti del caos di Antonio Moresco, un librone pieno di sesso, di escrementi, di amore e di morte, di personaggi strani (il donatore di seme, la Musa, la ragazza con l’assorbente, l’eiaculatore, la donna amputata, il ginecologo spastico...), patetici e grotteschi, mostruosi. Moresco non collabora a giornali, non va in tv, non è mai entrato nelle classifiche dei più venduti, ma ha molti ammiratori e su di lui si scrivono tesi di laurea. È apocalittico, ma a suo modo, non è integrato, ma non posa a vittima del sistema. Lo abbiamo intervistato, e questo è quel che resta.
«Partiamo dal libro? Bene, ho cominciato a scriverlo quindici anni fa. Avevo finito un romanzo molto lungo e molto casto, Gli esordi, che attraversava tre momenti della mia vita, il seminario, la lotta politica, la scrittura. Mi sono reso conto che era appena la prima tappa, una bolla immobile che andava squarciata per far entrare il caos, l’orrore, il male e il bene... Ho tenuto gli stessi personaggi principali, il Gatto, che poi è il diavolo, il Matto, che poi sono io, e li manterrò anche nel futuro dentro questa frontiera mobile e oscena, l’unica che ti permette, senza moralismo né fascinazione del male, di esprimere il nostro tempo, le frontiere della scienza e della genetica che ci danno un’idea diversa del mondo e della vita. Per fare questo, per stare dentro la precognizione della letteratura, il romanzo deve reinventarsi. Se vuole, è un romanzo staminale, ovvero cellule con potenzialità massime, i personaggi che creano il romanzo, una struttura libera...».
«Come dice, un’attenzione spasmodica per il sesso? Be’, non l’avevo preventivata. Non pensavo di scrivere un libro con queste caratteristiche, ma subito sono entrate dentro con una tale forza che mi hanno fatto star male. Sono perfino finito al pronto soccorso, problemi cardiaci... Il medico che mi ha visitato mi ha detto: “Qualsiasi cosa sta facendo, la sospenda”... Non mi rendevo conto da dove tutto questo venisse, capivo però di essere una specie di tramite tra me e le viscere del mondo. Da qui l’insostenibilità di certe pagine, l’orrore anche, di cui la scrittura si fa testimone. Perché sa, volendo, avrei potuto rendere tutto più patinato, conviverci, insomma. Ma se si vuole fare un libro che esprima le strutture primeve della vita bisogna avere il coraggio di mettere in campo queste potenze negative. Nell’ultima parte di Canti del caos si capisce che non è un lavoro fine a se stesso perché io racconto senza moralismi, gliel’ho già detto, ma nemmeno arrendendomi al male, giustificandolo. Anche per questo è stato tutto così bruciante...».
«Sì, certo, ha ragione, si ride anche. Io sono attratto dal tragico e dal comico, non dal tragicomico, che è brodo diluito. Questo continuo contro-canto è dovuto al fatto che mentre lo scrivevo mi ribellavo a quello che scrivevo e teppisticamente si scatenava dentro di me uno spirito comico che tendeva a distruggere il precedente registro tragico... Oggi vanno di moda gli scrittori specializzati, in pace e in posa con se stessi, il sentimentale, quello che fa ridere, l’indignato, ma all’inizio la letteratura era indescrivibile, in Omero, in Shakespeare non si distingue, non si scontorna, c’è il riso, l’epica, l’avventura, il dolore».
«Perché ambientarlo nell’editoria? Bella domanda. Cos’è, un meta-romanzo, un romanzo post-moderno, vero e proprio vicolo cieco novecentesco? Me lo sono chiesto anch’io fin dall’inizio, ma cosa me ne frega dell’editore e dello scrittore, delle loro peripezie, che cavolo ci stanno a fare?... La verità è che ero senza rete... Gliel’ho detto prima, un romanzo staminale... Forse avevo bisogno di cominciare con una cosa piccola, misera, di poca allure, un editore, uno scrittore, cosa c’è di più miserabile? All’inizio, comunque, il titolo era Il caos. I canti sono venuti dopo, intorno a pagina 100 c’è il primo, il canto dell’investitore, il personaggio che poi chiude il libro, e lì mi è venuta l’idea di farlo parlare direttamente, sbarazzandolo della struttura narrativa. Ho rotto insomma una disciplina interna e questa nuova libertà se la sono poi presa tutti... Sì, lo so, può dare un’impressione di ripetitività, ma è come un pittore che alla sua pennellata arriva per gradi... Inoltre, mi sembrava che all’interno di questi canti avvenissero cose che gli davano elementi di novità, anche sotto il profilo della prosa, voci diverse ma che si assomigliano, sono identiche, una sorta di lingua comune che non fa il verso al parlato. In fondo, il modo migliore di essere vicini al proprio tempo è esserne lontano...».
«E poi, ho sempre provato insofferenza verso l’avanguardia storica novecentesca, la sua superficiale distruzione linguistica, che so, l’abolire la punteggiatura... Una volta ho scritto che la tradizione è l’esplosione! Io non ho paura della tradizione, perché non ho un’idea storicistica del tempo e dello spazio, un prima e un dopo... Scrivo in maniera chiara, semplice, proprio perché non ho bisogno di una lingua che vada in confusione, in ebollizione. L’urto, la forza, il movimento, l’esplosione, appunto, sono più forti se riesco a tenere tutto quanto dentro una lingua che sia ferma e faccia passare l’elettricità, la violenza al suo interno...».
«Il mio primo romanzo l’ho scritto a 14 anni, pensi un po’. Lo mandai a Bompiani, ricevetti una lettera di incoraggiamento, e per trent’anni è stata l’unica... Poi a vent’anni ho smesso, fagocitato dalla politica. Quando ho riannodato quel filo, la scrittura come una rete di salvataggio, è cominciata la tragedia, perché per moltissimo tempo nessun editore mi ha accettato... Tragedia, ma anche salvezza: sono cresciuto sotto terra, ero e sono rimasto quella cosa lì. A 45 anni, finalmente, mi ha pubblicato Bollati, e da allora... Non che sia diventato tutto facile, ma insomma, chi se ne frega, non me l’ha ordinato nessuno...».
«Dove ho fatto politica? Nella sinistra extra-parlamentare, “Servire il popolo”, “Autonomia operaia”, con abnegazione, con fede. Ho lavorato in fabbrica, ho fatto lo scaricatore, non avevo titoli di studio, tre anni di seminario, no, nessuna vocazione, mi ci avevano mandato i miei, però importanti, mi hanno messo a confronto con temi cui non avevo mai pensato. È stato lo stesso con la lotta politica, mi ha fatto andare dentro la società come una sonda... Ho fatto cose anche rischiose, con ricadute giudiziarie... Nelle Memorie dal sottosuolo Dostoevskij dice che “al confino e in prigione” ha conosciuto “la parte migliore della Russia”. Se si capisce bene cosa quel “migliore” significhi, vale anche per me.
«Apocalittico? Non so cosa lei voglia intendere con questo termine... Sono sposato, ho una figlia, una nipotina, qualche amico. Debbo molto a mia moglie, alla morte dei miei genitori ho ereditato una casetta e questo mi ha permesso un minimo di dignità, non faccio la fame, vivo con poco, niente di eroico o di maledetto. Da qualche anno ho persino uno studio tutto mio, questo sottotetto dove stiamo parlando. A volte me ne sto qui in silenzio per delle ore, con un senso di meraviglia. Non mi atteggio a incompreso, anzi vorrei essere compreso. Credo che ogni scrittore abbia spinte fusionali nei confronti del mondo e quindi mi piacerebbe avere molti lettori, più vicinanza. Non penso di essere illeggibile, certo nei miei romanzi c’è uno spostamento d’asse e questo è più difficile da capire e da accettare. Non vivo la letteratura come un puro e semplice campo estetico, e d’altra parte non penso che Dante si appagasse nelle terzine, o che so, nell’uso del volgare... È adesso che c’è questo campo separato che non conta niente, e certo questa letteratura mi fa orrore, così come mettere il proprio dio nella carriera... E però, pubblico con Mondadori, ci sono universitari che fanno tesi di laurea sui miei romanzi... Va bene così».
«I libri che mi hanno scoperchiato la mente sono stati l’Iliade, tutto Leopardi, Swift, Goethe, Tolstoj, Balzac... Dagli storici greci, che ho letto dopo il decennio della mia notte politica, ho capito l’illusione della trasformazione meccanica della vita dell’uomo... Non so se vivo come tutti, cerco di stare il più possibile vicino a me stesso, a quello che credo essere me stesso, concentrato... Da dieci anni non ho la televisione, non so a quali programmi potrei essere invitato... Comunque, non sono mai stato posto davanti al dilemma se andare o meno in tv, e quindi... Certo, non andrei a fare il cretino! È vero anche che non scrivo sui giornali, un tempo mi sarebbe servito, economicamente intendo, ma adesso... Per questo libro ho impiegato quindici anni, ne ho più di sessanta, non posso dissipare il poco tempo che mi resta... No, non scrivo sempre, non sono una macchinetta, però cammino molto, di notte soprattutto, e nel camminare creo un silenzio e un vuoto che riempio di cose. Come i pellerossa che seguivano sempre gli stessi percorsi, fermo il tempo e mi riconnetto con l’infinito. I miei libri li ho scritti con i piedi... Ecco, avrei finito. Venga, l’accompagno...».