"Così ho fatto a pezzi le cosche di Gomorra"

Carmelo Burgio, colonnello dei carabinieri che guida la lotta contro i Casalesi: &quot;Vivono di business, violenza e omertà&quot;. I boss ora hanno paura e fanno uccidere pentiti e testimoni. Processo Spartacus: <strong><a href="/a.pic1?ID=270096">oggi il verdetto</a></strong>

Caserta - Dalla bolgia terroristica di Nassirya è stato paracadutato dritto dritto all’inferno di Casal di Principe. È volato da una mattanza a un’altra il colonnello dei carabinieri Carmelo Burgio, già capo dei parà del Tuscania e del Gis, incaricato di portare l’attacco al cuore dell’antistato camorrista. Eccolo l’investigatore che in quattro anni ha quadruplicato il bilancio degli arresti e dei beni sequestrati disarticolando i clan che comandano dalla periferia nord di Napoli al litorale Domizio. Nessuno, meglio di lui, conosce i segreti di «Gomorra». E nessun altro è in grado di leggere gli scenari futuri qualora i giudici d’appello, quest’oggi, dovessero confermare l’ergastolo a boss e gregari del maxiprocesso ai «casalesi».

Colonnello, cos’è «Gomorra» vista da vicino?
«È un mondo senza eguali che ruota intorno a quattro clan: Schiavone, Bidognetti, Zagaria e Iovine. Il primo ha subito grossissime perdite, tanto che il suo capo indiscusso, Francesco detto «Sandokan», è in galera. Il gruppo Bidognetti, nel 2007, lo abbiamo fatto letteralmente a pezzi. Quanto alla famiglia del latitante Iovine, abbiamo colpito duro con 54 arresti. L’organizzazione di Zagaria, pur avendo il capo ancora latitante, è per buona parte in cella. Dall’anno scorso ad oggi, solo noi carabinieri, abbiamo arrestato 235 camorristi, rintracciato 14 super latitanti, sequestrato e confiscato beni per oltre 200milioni di euro. La risposta dello Stato s’è fatta sentire, e questa pressione ha portato a pentimenti importanti. Serve altro?».

In caso di condanna, spiega Saviano - l’autore del best seller «Gomorra» - anche il super boss Schiavone potrebbe decidere di collaborare.
«Non credo possa accadere. Qui stiamo parlando dell’equivalente di un Riina o di un Provenzano e non credo che Schiavone rinunci così facilmente al suo immenso impero finanziario».

La sentenza di domani (oggi, ndr) cosa può significare nelle strategie interne ai clan del Casertano?
«Sarebbe un colpo durissimo che potrebbe portare anche a ridisegnare nuovi equilibri tra chi è condannato al carcere eterno e chi è invece fuori. Il nervosismo è palpabile. Non è un caso che durante il processo si è cercato di delegittimare l’opera degli inquirenti facendoli apparire come degli estortori delle confessioni di quei pentiti che ci hanno aiutato a trovare i riscontri necessari a inchiodare capi e gregari».

Chi sono davvero questi «casalesi».
«Rappresentano, tutti insieme, l’unico clan che più somiglia alla mafia siciliana. È diventato maggiormente invisibile e pervasivo. Le sue mani si allungano ovunque: dal grande appalto sulle strade al funzionario tecnico del Comune, dal traffico dei rifiuti al vigile urbano, dalle truffe sulle assicurazioni (abbiamo scoperto un giro sistematico da milioni di euro con una scuderia di persone che si alternavano a fare la vittima, il testimone, e l’investitore, utilizzando sempre gli stessi mezzi, gli stessi medici e avvocati) al riciclaggio del denaro sporco in case, ville, alberghi, bar, gioiellerie, supermercati».

Sono ovunque.
«Sì. Dai processi emerge che non c’è attività che possa sfuggire al loro controllo. In alcune zone impongono il latte Parmalat, in altre obbligano a vendere una sola marca di caffè. Danno lavoro a tutti, non solo a delinquenti e poveracci. Sono bravissimi nel sostituirsi alle aziende pulite o in difficoltà. Comprano, rivendono, investono. L’organizzazione diversifica gli affari, si ripropone in modo tentacolare anche all’estero: Europa dell’Est, Spagna, Sudamerica e con il clan La Torre addirittura in Scozia. Pensare solo alla monnezza o agli appalti è riduttivo. I casalesi guadagnano su tutto».

Influenzano anche la politica?
«Non hanno più bisogno di un referente politico, non gli serve imporre il consigliere o l’assessore. Il Comune lo controllano inserendo persone in tutti gli uffici strategici. Tutte le istituzioni vengono infiltrate».

Con i boss in galera o in fuga, comandano moglie e sorelle...
«Per un pelo mi è recentemente sfuggita Enrichetta, moglie del latitante Iovine, criminalmente all’altezza del marito. Dopo l’arresto dei capi del clan Belforte, il gruppo viene gestito dalle signore a dimostrazione di quanto sia difficile penetrare organizzazioni delinquenziali a dirigenza familiare...».

Le ultime mattanze sono da ricollegare alla sentenza in arrivo?
«Non penso. Il processo, nella testa dei casalesi, ormai è andato. Hanno capito che ora devono fermare sia i criminali che si pentono, sia i testimoni intenzionati ad aiutarci. Fanno parlare il piombo per intimidire i malintenzionati».

La realtà supera la «fantasia» di Saviano?
«Non ho visto il film ma ho letto il libro che si muove, romanzandole, da risultanze processuali. In “Gomorra” c’è la realtà dei casalesi. E il successo del libro, e poi del film, ha dato fastidio. Gente abituata a muoversi nell’ombra non gradisce avere l’occhio di bue puntato contro».