"Così ho imparato a convivere con il virus"

Giulio Corbelli, sieropositivo da 18 anni: «All'inizio mi sono sentito condannato. Ora so che non è così»

«Mi chiamo Giulio Corbelli e sono uno dei 150mila sieropositivi in Italia». Lui, originario di Lecce, ha deciso di metterci la faccia. «La visibilità è l'unica arma contro la discriminazione, basta con preconcetti infondati».

Ha 48 anni e mezzo. «Ma io dico già 49, sono così fiero di esserci arrivato che appena scavallo l'anno me li aumento un po'». Li porta pure bene. Quando, a 30 anni, ha ricevuto la diagnosi di Hiv si è sentito un condannato a morte. Si era detto: non arriverò a 40 anni. E invece è in forze, anche se non passa giorno senza prendere farmaci.

«Quando ho scoperto di essere malato - racconta - mi sono sentito un pericolo per gli altri, non avevo mai immaginato potesse succedere anche a me, pensavo che la mia vita fosse finita». Poi gli è scattato qualcosa dentro: prima un senso di sopravvivenza fortissimo che lo ha fatto aggrappare alla vita con le unghie («Ho anche partecipato ai test sperimentali sui farmaci in Svizzera, le avrei provate tutte pur di non morire»). Poi la voglia di continuare: si è innamorato di Andrea e si è pure laureato in ingegneria nel 2011 («Parecchio in ritardo ma avevo bisogno di segnare quel traguardo»). Giulio non fa l'ingegnere: fa il giornalista e lavora nella redazione dell'associazione Anlaids. Ha bisogno di raccontare che avere l'Hiv non vuol dire essere appestati, che il pericolo di contagio è reale anche se non ci si pensa mai, che però bastano alcune piccole precauzioni per proteggersi e proteggere gli altri. Insomma, vuole abbattere tutti i preconcetti esistenti e dire ai giovani, senza fare tante morali, che «il sesso può essere vissuto con tutta la serenità di questo mondo, basta usare un po' di testa». Ad esempio facendo i test spesso, soprattutto quando si ha una vita sessuale a rischio. «Io ho scoperto di essere sieropositivo molto presto - testimonia - quando il mio sistema immunitario era ancora intatto. Questo mi ha salvato la vita». Ogni giorno Giulio conduce la sua battaglia non solo contro la malattia ma anche contro chi non ne parla più. «È vero che i dati sono stabili, ma in Italia ci sono comunque 4mila nuovi casi all'anno. Quattromila. Mica 50». Continuiamo a fare prevenzione, chiede, «ma non facciamolo più con la paura». A chi smonta l'allarme Aids dicendo che è solo un business delle case farmaceutiche, Giulio risponde semplicemente così: «Grazie case farmaceutiche. Se ci hanno guadagnato, buon per loro, a me hanno salvato la pelle».