«Così ho neutralizzato il Prof»

da Roma

Senatore Schifani, capogruppo di Fi a Palazzo Madama, la sfiducia al governo ha rappresentato un successo della vostra strategia parlamentare.
«Sono state giornate di grandissimo lavorio, di forte mobilitazione psicologica ed emotiva. Sapevamo che Prodi sarebbe venuto in Senato non soltanto per parlamentarizzare la crisi ma anche per tentare di realizzare quello che era riuscito a fare con la Finanziaria: giocare a viso aperto e strappare voti messi in dubbio fino a un attimo prima».
Che cosa l’ha preoccupata maggiormente?
«Prodi si è dimostrato testardo e abile nella gestione del potere e nel recupero dei dissensi dei suoi senatori. Sapevo bene di essere non solo cacciatore, ma anche cacciato, di dovermi guardare dal pericolo che potesse recuperare voti o nel centrodestra o tra i dissidenti. Mi preoccupava più quest’ultima ipotesi e devo dire che ci ha provato. Solo che questa volta, memore dell’esperienza della mancata spallata, ho adottato opportune contromisure per evitare quel tipo di disinformazione tale da dare il senso di un recupero dei dissenzienti e che potesse far rientrare nei ranghi senatori pronti a votare contro».
Lega e Udeur hanno ammesso di essere state contattate. Tentativi sono stati fatti con l’Udc. Forza Italia è un partito di centro. Anche con voi ci sono stati tentativi di «concussione politica»?
«Fi non è stata minimamente sfiorata da questi approcci. Siamo riusciti a creare uno spirito di squadra del quale è garante e collante Silvio Berlusconi. Ma devo dire, ad onor del vero, che gli altri gruppi degli alleati non hanno destato preoccupazioni. Così come è sbagliato parlare di concussione politica per Berlusconi - e a questo punto chiedo anch’io di essere indagato per aver cercato di convincere alcuni senatori a votare contro, ma mai offrendo prebende -, allo stesso modo non credo si possa rivolgere questa accusa a Prodi. La vicenda Cusumano è triste e andrebbe dimenticata al più presto».
Al momento l’ipotesi più probabile appare quella delle elezioni anticipate.
«Vi è un referendum da celebrare e vi è trattativa sulla riforma della legge elettorale che è partita bene e si è arenata non per responsabilità di Fi, ma per le debolezze interne del Pd e per la concessione di alcuni punti ai piccoli partiti. I fatti sono precipitati con la crisi. Riteniamo che il ricorso alle urne sia il percorso più naturale anche perché due italiani su tre ci chiedono di potersi esprimere. L’esecutivo Prodi ha paralizzato il Paese».
Oltre che al Senato è possibile, al momento, ritrovare una compattezza del centrodestra anche sul piano programmatico?
«Sono fiducioso perché sfido chiunque a enunciare quali siano stati i macroscopici temi che ci hanno diviso in cinque anni di governo. Sono stati più i problemi di tattica enfatizzati da Follini - e poi abbiamo visto che scelta ha fatto - che non di divergenza sui contenuti. Condividiamo non solo l’idea di governabilità ma anche i valori sociali ed etici».
Quindi, siete contrari a un esecutivo finalizzato a una nuova legge elettorale?
«Un governo elettorale dinanzi alla totale assenza di un modello di riforma condiviso non avrebbe senso. Se Prodi fosse caduto alla vigilia dell’accordo parlamentare sulla nuova legge, allora ci si sarebbe dovuti chiedere perché interrompere il dialogo. Ma il governo è caduto quando la trattativa aveva fatto un passo indietro».