«Così ho scoperto il vulcano sottomarino grande come l’Etna»

Gaetano Ravanà

da Agrigento

È stato battezzato Empedocle ed è grande come l’Etna, occupa un’area sottomarina di 30 chilometri per 25. È un vulcano scoperto nelle acque antistanti la splendida costa agrigentina, al confine tra i comuni di Ribera e Siculiana, due centri dell’Agrigentino che nel 2003 furono interessati da una scossa tellurica del 3,2 della scala Ritcher. Ad effettuare questa incredibile scoperta, l’ispettore dei Beni culturali della Regione Siciliana Mimmo Macaluso, che ha messo in pratica tutti gli insegnamenti del vulcanologo catanese Enzo Lanzafame con cui collabora oramai da qualche anno. «Empedocle - dice Macaluso - ha diversi figli, dei coni che si estendono per una larga fetta del mare Africano. L’ho chiamato così, perché Empedocle, filosofo agrigentino del quarto secolo, è stato il primo a parlare di terra, acqua e fuoco. Questa scoperta, la si deve alla scossa di terremoto del 2003. Prima di allora conoscevamo soltanto l’Isola Ferdinandea, emersa nel 1831 e scomparsa dopo appena cinque mesi. Subito dopo il terremoto di tre anni fa, ho avuto la fortuna di rinvenire tonnellate di pietre pomici, che ho fatto subito analizzare. Assieme al vulcanologo Lanzafame, ci siamo incontrati con il responsabile della Protezione civile Bertolaso, il quale mostrandosi molto interessato e al contempo preoccupato, ci promise un finanziamento».
Il finanziamento però tardò ad arrivare e la fortuna di Macaluso fu quella che una società romana decise di finanziare le ricerche per un documentario sui vulcani nel Canale di Sicilia. «Grazie anche alla Conisma e ai tecnici della nave Universitatis che hanno messo a disposizione attrezzature molto sofisticate - ha continuato Macaluso - ho coronato il mio sogno. Grazie anche al sonar miltibeam ad effetto tridimensionale, siamo stati facilitati nel lavoro». Nei primi due giorni di immersione, però, di nuovi vulcani nemmeno l’ombra. «Avevo calcolato il punto esatto dopo avere letto alcuni manoscritti di Mercalli - dice ancora Macaluso - dopo le immersioni a vuoto però, mi è sorto un dubbio. Nel 1845 Mercalli, per stabilire le coordinate, si basò sul meridiano di Greenwich, allora tanto valeva provare seguendo le coordinate sul meridiano dell’Isola Ferro nelle Canarie, in vigore a quei tempi. Ho fatto praticamente bingo. Ho trovato il vulcano, ma non sapendo se era attivo o meno, abbiamo inviato all’interno del cono, lungo 40 metri, un robot. Abbiamo constatato dalle immagini che c’erano dei pesci e anche delle alghe. A quel punto mi sono immerso. Ho quindi battezzato questo cono con il nome di Mac.06 (l’iniziale del suo cognome e l’anno della scoperta, ndr). Abbiamo capito che si trattava però di un semplice conetto, figlio di un unico grande vulcano, Empedocle. È un vulcano esplosivo, non come un cono capovolto, ma slargato e basso. Potrebbe essere ciò che resta forse dell’esplosione sottomarina del 1845 o di quella notata dall’ammiraglio De Zara nel 1942».
A 176 metri di profondità, Macaluso ha constatato un paesaggio quasi lunare. «Ci sono strani ricci di mare e coralli, - prosegue Macaluso - inoltre sabbia piroplastica coperta da un sottile strato di fango». Adesso Empedocle è tenuto sotto stretta osservazione. «Bisogna considerare che il vulcano è attivo - ha concluso Macaluso - durante le immersioni abbiamo constatato delle fumarole ad alta portata. La prossima settimana pertanto andremo a depositate il primo strumento multiparametri su uno dei vulcanetti per vedere la potenza di Empedocle».