«Così ho ucciso sei “pacifisti” per salvare i miei compagni»

Un tuffo nell’inferno, una lotta per la sopravvivenza dove solo l’addestramento gli ha consentito di salvare la propria pelle e quella di tre compagni gravemente feriti. Ma per farlo ha dovuto mettere mano alla pistola, sparare, abbattere uno dopo l’altro sei dei cosiddetti “pacifisti” che continuavano ad attaccare lui e gli altri incursori stretti a quadrato intorno ai compagni caduti.
Il sergente S., l’ultimo della squadra di quindici commandos delle forze speciali israeliane calatisi sulla Mavi Marmara all’alba di lunedì, racconta così la drammatica operazione rivelatasi sin dai primi attimi una trappola ben organizzata. «Ci venivano incontro con lo sguardo da assassini», ricorda in un’intervista il sergente che - mentre attende sull’elicottero Black Hawk sospeso sopra la tolda - assiste all’assalto subito dai suoi compagni. Non secondi, ma lunghissimi minuti perché - spiegano altri suoi colleghi - dopo la discesa dei primi cinque incursori bisogna sostituire la corda. Osservando dai visori notturni, il sergente S. capisce che la plancia è «un vero campo di battaglia» percorso da «una folla di mercenari».
Nell’intervista al Jerusalem Post il sergente descrive anzitutto quel che vede sotto di lui. «Tre compagni che mi avevano preceduto erano a terra feriti, uno aveva lo stomaco aperto da un colpo di arma da fuoco, un altro aveva una pallottola nel ginocchio, un terzo aveva perso i sensi dopo esser stato colpito da una sbarra di metallo alla testa». I tre sono i più alti in grado della squadra. Con loro fuorigioco, il comando passa a lui. Il sergente S. urla ai compagni ancora in piedi di far quadrato intorno ai feriti, ma la situazione è tutt’altro che facile. Nel primo minuto di scontri - quando hanno avuta la meglio sui tre incursori piovuti sulla tolda - i “pacifisti” si sono impadroniti di almeno due pistole. Ma non sono le uniche a sparare. Qualcuno a bordo fa fuoco con altre armi che – stando a quanto ammesso negli interrogatori dal comandante della Mavi Marmara - spariscono in mare non appena gli israeliani assumono il controllo della situazione.
Intanto però sulla tolda si combatte una vera battaglia. «Quando appoggio il primo piede a terra me li vedo venire incontro, distinguo le asce, le spranghe e i tubi di ferro con cui cercano di colpire me e gli altri». Il sergente non sa che - come rivelato ieri da alcuni ufficiali di Shayetet - altri tre suoi compagni feriti e tramortiti sono stati portati nelle cabine del ponte inferiore dove rischiano di diventare ostaggi. Sa però che deve assolutamente impedire alla torma scatenata di sopraffare lui e i feriti. «Vedo la rabbia assassina negli occhi di chi mi attacca, capisco che sono pronti a ucciderci, ma mentre ci colpiscono io e gli altri riusciamo a spingere i nostri tre compagni insanguinati fino ad una paratia del ponte».
A quel punto il sergente S. esegue macchinalmente quanto imparato in tre anni e mezzo di addestramenti. Ordina a tre uomini di stringersi intorno ai feriti mentre lui forma un terzo perimetro con i rimanenti. Hanno la Glock d’ordinanza in mano, sono pronti come impone l’addestramento delle forze speciali a sparare per uccidere. Il sergente mira al cuore, preme il grilletto per sei volte. Per sei volte uno fra gli attaccanti cade per terra. Gli altri suoi compagni uccidono altri tre “pacifisti” e a quel punto la carica si ferma, la folla infuriata incomincia a ritirarsi con morti e feriti. Il sergente S. ordina di cessare il fuoco, comunica alle navi d’appoggio di mandare una squadra medica e un gruppo di rinforzo. «Non potevo permettermi esitazioni – conclude -, per salvarli dovevo eseguire quello per cui sono stato addestrato».