Così ho visto morire i miei vicini in fuga dalle fiamme

Mary mi chiama disperata: «Aiuto, qui! Quiiii! Aiutoooo!». In italiano, qualche parola. E in una lingua che non conosco, tante altre che non posso capire. E poi c’è il pianto del bambino: ha paura, singhiozza, un urlo che squarcia il buio e mi toglie il fiato. Sento queste due voci vicinissime, a meno di due metri da me, mi trovo su un pianerottolo, nel pieno della notte, in mutande, avvolto da una nube di fumo amarissimo e acre. E penso che deve trattarsi di un incubo, non può essere altrimenti.
È tutto vero invece. Dopo una vita in cui il tuo mestiere può essere anche quello di raccontare le tragedie degli altri, stavolta tutto accade ad un passo da te, ai tuoi vicini di casa. Ero andato a dormire solo due ore prima. Il nostro condominio, via Buonarroti 39, è un bel palazzone ottocentesco dell’Esquilino su cui da tempo si avventano le agenzie immobiliari: soffitti alti, pavimenti d’epoca, cinquanta appartamenti in due scale, tutte le etnie possibili rappresentate all’assemblea di condominio. Nessun problema di convivenza, a parte certe serate in cui si sente un terribile odore di cipolla fritta, e io e Laura ci scherziamo sopra mentre chiudiamo il portone tornando. Mary, Babur, e i due figli, Hassib e Hassan, altri parenti non identificati (la famiglia Mohammed insomma), li incontro spesso in ascensore o per le scale, solitamente di notte, quando torno tardi dalla redazione, e il padre dei ragazzi va o viene dal ristorante in cui lavora. Saluti cortesi e sorrisi, il 17enne è molto simpatico: «Che bella l’Italia!» dice, e un sorriso gli illumina il volto. Quando apro la porta del mio appartamento e butto l’occhio sul ballatoio, la sera, dal sesto piano li sento dormire, e se c’è la luna piena posso vederli anche dentro la loro stanza. È strano come si può essere in confidenza con persone che non conosci.
Venerdì sera sto dormendo fondo quando Laura mi sveglia con un urlo: «C’è fuoco, brucia qualcosa, sento gridare!». Abbiamo un bambino di sei mesi, apro la porta già angosciato, corro a vedere. Il cortiletto interno è invaso dal fumo. Un incendio, ma dove? Seguo i lamenti strazianti, scendo di un piano, due. Al quarto, in un pianerottolo annebbiato mi fermo perché i respiri e le voci sono a un passo da me. Dove? A fianco dell’ascensore e delle scale vedo la chiostrina del cortile interno, quello su cui si affacciano sia il mio ingresso che le loro finestre: è un quadrato. Apro le finestrelle di questo cortile, il fumo si dirada, ed è in quel preciso momento che la vedo. Mary sta schiacciata sulla finestra della sua stanza, ha le fiamme alle spalle, il bambino è accovacciato fra lei e il davanzale. «Resisti!», grido, e corro su. Laura sta chiamando il 113, impreca perché non le rispondono. Torno giù. Devo tastare i muri per trovare le scale, il fumo si è fatto impenetrabile, ho paura: il fiato mi si tronca in gola, un sapore di legno fradicio che resta in bocca. Ogni respiro che fai pare che una mano invisibile ti soffochi. Sono di nuovo sul pianerottolo, corro da Mary. Tutti scappano, nel cortile si sentono rumore di passi e urla: «Facciamo la fine delle due torri!». Laura e il bambino sono rimasti su, Enrico non può uscire con quel fumo: il quinto e il sesto piano sono arroventati, non ce la farebbe. Torno, la nostra vicina, Annamaria apre la porta e li ospita. Torno giù, Mary e Hassid mi chiamano, hanno paura che li lasci soli: «Stanno arrivando i soccorsi!», rispondo, e spero che sia vero. Al mio fianco si materializza un ragazzo asiatico, sui vent’anni, con i capelli lunghi: lo conosco solo di vista. Se è vero che qualcuno il coraggio non se lo può dare è vero anche che qualcuno ce l’ha. E lui ne ha più di me. I due metri fra il pianerottolo e il cortile, diventano sempre più lunghi, per noi. Facciamo su e giù, io e lui, per cercare di rassicurare Mary. Andiamo nel balconcino di fronte, per vederla meglio. Tre metri di vuoto, ci separano. Ma che si può fare? A quel punto, però, è lei, che fa un gesto. Penso che abbia tirato qualcosa e che sia caduto. Prima guardo giù, e poi la guardo, e così capisco. Non parla l’italiano, o non ci riesce, ma è come per dirmi: adesso ti tiro qualcosa. Lo fa subito dopo. Alzo le mani e, non so come, agguanto una macchia che vola. Chiavi! Le ha tirate sporgendosi nel vuoto, un coraggio incredibile. Io e il ragazzo ritorniamo fino all’appartamento. Sempre quel metro, sempre più lungo. Stavolta la porta è aperta, qualcun altro è uscito. Chi? Finalmente entriamo. L’appartamento è rovente: fumo ovunque, a metà di un corridoio (di quattro-sei metri) c’è una porta a vetri, e dietro i bagliori del rogo. Ci gettiamo sulla maniglia in due, ma è incandescente. Apriamo. Ma è come essere colpiti da una mazzata: gli occhi ci si riempiono di lacrime, la vampata di caldo è asfissiante. Attraversare impossibile. Eppure dalla finestra Mary e Hassib ci sentono. E iniziano a gridare disperati, pensano che non riusciamo a trovarli: «Qui, qui, qui!». La mente corre al mio bambino su, con la nube di fumo che sale, ma non posso lasciarli. Adesso sono dovuti salire sul davanzale. Mi vengono in mente i fili del bucato: posso strapparne uno dalla carrucola, legarlo e lanciarglielo?
Invece è il ragazzo che è con me ad avere un sangue freddo impressionante. Prende lo zerbino, se lo avvolge intorno al braccio, si tuffa nelle fiamme. Esce subito dopo, però, perché la fibra ha preso fuoco. Allora dice solo: «La lavatrice!», indicandola, nell’ingresso. Non l’avevo vista. Io la sollevo, lui prova a rompere il rubinetto, per allagare la casa. Non ci riesce. Torno sul pianerottolo, cerco Mary con lo sguardo, e a quel punto provo un brivido di orrore: adesso è sospesa nel vuoto, di spalle. Con una mano è attaccata al filo dei panni, con l’altra si tiene al telaio della finestra. Il bambino è sulla pancia. Suonano le sirene, le grido: «Resisti!». Il primo pompiere arriva, a piedi, dalle scale, a grandi balzi. Si infila nelle fiamme. Con nostra sorpresa ne esce una italiana, la signora Palmina, coinquilina della famiglia. Dice: «Non mi sono accorta di nulla». Mary è allo stremo. Il pompiere mi chiede «Dov’è?», si butta dentro. I metri e il tempo si sono dilatati. Ho pensato: ce la può fare. Ho gridato a Mary: «Resisti». Ma il grido del bambino era ormai straziante. Ha detto solo: «Caldo», «fuoco», non so cos’altro. E poi l’ho vista mollare: ho sentito la mia voce, e quella del ragazzo asiatico gridare «NOOOOOOOO!», mentre i due corpi cadono nella chiostrina cercando di aggrapparsi ai fili degli stenditoi dei piani inferiori. Almeno 15 metri di volo. Poi un tonfo fortissimo. Il pompiere esce sconvolto, ma non si arrende: «Forse sono ancora vivi! Portami lì». Mentre corriamo giù - il fiato spezzato - a rompicollo per le scale penso al rogo di Primavalle, alle sorelle Mattei che si salvarono dal terzo piano. Nell’atrio altri agenti, altri pompieri. Quelli per le scale urlano tutti: «Nooo!», scendendo. Non si può essere arrivati solo un secondo tardi. Indico un portone di legno, solido: la guardiola del portiere, unico accesso al cortiletto interno. Un agente fa: «Vado a prendere il piede di porco!». L’altro non aspetta, si butta come una furia e la sfonda: tre spallate e una botta di adrenalina pura, come nei film. Allora siamo entrati dentro, io e il vigile, e abbiamo visto. Mary, e Hassib vicini, i corpi scomposti, ma comunque abbracciati. Troppo tardi. Mancava solo un secondo, ma anche un secondo può essere troppo lungo da far correre, dopo mezz’ora di attesa sospesi nel vuoto.
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