Così i baroni "difendono" le facoltà dei raccomandati

Il sistema dei concorsi premia i candidati protetti ed esclude quelli preparati. Ecco perché Lanzetta, l’esperto mondiale di trapianto della mano, resta senza cattedra

È singolare, paradossale, perfino beffarda la vicenda di Marco Lanzetta, l’esperto di trapianti della mano che non ha ottenuto la cattedra a un concorso universitario. Illustra in modo esemplare l’impossibilità che il merito e il valore siano riconosciuti contro il prevalere della burocrazia.
In Italia i concorsi sono fatti non per favorire i capaci, e riconoscerne il merito, ma per garantire il potere e gli interessi dei commissari. Non c’è scampo.

In alcune situazioni un correttivo, non scevro di equivoci per favorire i soliti, è il ricorso per alcune nomine alla «chiara fama». Essa è una miscela di capacità e di fortuna che rivela, coram populo (talvolta in ambiti delimitati) le evidenti capacità di qualcuno. Con questo metodo, applicato senza il prevalere di raccomandazioni, Marco Lanzetta avrebbe avuto la cattedra, che i suoi titoli, i suoi trapianti e la sua fama gli dovrebbero garantire.
In realtà le commissioni giudicatrici, che lo hanno dichiarato non idoneo, si sono mosse con una valutazione astratta dei titoli, e più facilmente sulla base dei rapporti di potere stabiliti dai commissari.

È evidente che in un concorso un professore tenderà a favorire il suo assistente, appoggiando quello del collega, per molte ragioni, anche umanamente comprensibili, la prima delle quali è la miglior conoscenza di un assistente che ci è stato vicino rispetto a un potenziale luminare di cui si sappia poco o niente o de relato.
Così la valutazione dei titoli è subalterna ai rapporti personali incrociati con quelli di altrettanti interessati colleghi, che possono garantire la sistemazione oltre che di assistenti fedeli, di mogli, amanti, cugini e protetti vari.

I concorsi sono in realtà protettifici. E la logica degli interessi incrociati appare insuperabile. Umberto Eco aveva un tempo proposto di lasciare ai concorsi la loro naturale corruzione, raddoppiando i posti, in maniera tale che ogni commissario potesse favorire il suo protetto e un secondo veramente meritevole. Altre soluzioni potrebbero essere all’opposto: un numero di commissari tre volte più alto dei concorrenti per impedire che ognuno potesse garantire il suo protetto disponendo soltanto di frazioni di candidati da indicare. Per esempio, nove commissari per tre posti, così che il commissario possa contribuire per un terzo all’elezione del vincitore.

Ma i concorsi si incrociano con i concorsi. Il vantaggio che oggi posso dare a te tu potrai darlo domani a me. Così le università si popolano di protetti. E spesso i migliori ne restano fuori.
Non voglio fare casi personali, ma per chiunque abbia osservato la mia predisposizione all’insegnamento, anche prescindendo dai titoli e dalle pubblicazioni e all’impegno nel mondo dell’arte, potrà sembrare interessante sapere che io ho puntualmente perso, ormai in anni lontani, tutti i concorsi cui ho partecipato. E quando, in tempi più recenti, sono stato chiamato a sovraintendere i musei veneziani, subito la burocrazia si è incaricata di individuare irregolarità, affidando a sentenze della Corte dei Conti la decisione contraria alla mia nomina con ridicoli pretesti del tutto estranei a titoli e merito. Naturalmente la politica ha pensato di approfittarne e l’ex ministro Galan non ha rinnovato la nomina.

La stessa cosa si è riproposta qualche settimana fa con la mia candidatura alla guida dei musei napoletani. L’Ufficio Legale l’ha respinta. Inutile recriminare e indicare diversi temperamenti e titoli delle pur degnissime persone scelte per quegli importanti incarichi.
Fra interessi di baroni e vincoli della burocrazia alle persone di merito è interdetta la possibilità di muoversi nel settore pubblico, nel quale più che gli sprechi appaiono gravi la mancanza di iniziativa e l’incapacità di attivare le condizioni per scongelare le rendite di posizione e rianimare situazioni immobili.
Nel mondo dell’insegnamento e nel mondo dell’arte la paralisi è determinata dalla volontà di non cambiamento, sia delle persone che dei metodi di selezione.