"Così i detenuti di Guantanamo svelano il volto dei nuovi capi di Al Qaeda"

Guantanamo Bay - Sono figure con un nome ma senza volto, nuovi leader che hanno scalato i ranghi dei talebani e di Al Qaida e sono ora alla guida dei guerriglieri che preparano l'offensiva di primavera in Afghanistan contro le forze della Nato e il governo di Kabul. Ma il vantaggio di essere invisibili sta forse per finire: nelle celle di Guantanamo, alcuni loro vecchi compagni d'addestramento hanno accettato di mettersi al lavoro con i disegnatori dell'Fbi per realizzare gli identikit dei nuovi capi.

Parla l'ammiraglio Harris A rivelare l'esistenza di un'operazione d'intelligence, che sembra uscire da un film poliziesco più che da un ambiente militare, è l'ammiraglio Harry B. Harris, l'ufficiale al quale il Pentagono da un anno ha affidato il comando di Guantanamo. «Anche se molti detenuti si trovano qui da 5 anni, e in alcuni casi proprio perchè sono qui da cinque anni e solo ora stanno cominciando a parlare, stiamo raccogliendo informazioni importanti da loro», spiega Harris in un'intervista all'Ansa nella base navale americana a Cuba, nell'ambito di una visita concessa dal Pentagono nella prigione più contestata del mondo. La 'freschezzà delle rivelazioni che possono offrire uomini isolati dal mondo in molti casi dall'inizio del 2002, è oggetto di legittime perplessità. Secondo l'ammiraglio, Guantanamo resta però un serbatoio di informazioni strategiche per la lotta al terrorismo, non solo in Afghanistan.

La mappa degli uomini di Bin Laden in Europa «So che ci sono differenze di giudizio - afferma Harris - sul valore del materiale d'intelligence che raccogliamo oggi, dopo così tanto tempo. Ma posso garantire che stiamo ottenendo informazioni utili e interessanti anche per i nostri alleati in Europa». Altre fonti militari di Guantanamo si spingono oltre e aggiungono che dalla prigione sono partite «informazioni importanti per ricostruire la presenza di membri di Al Qaida in Europa».

Informazioni anche agli 007 italiani E tra i servizi d'intelligence che sono venuti ripetutamente ad attingere a questo serbatoio, sottolineano le stesse fonti, «ci sono anche quelli italiani». Gli esponenti che oggi comandano le unità dei taleban che continuano a imperversare in Afghanistan, o i nuovi capi di Al Qaida emersi dalla decimazione della leadership storica dell' organizzazione di Osama bin Laden, anni fa erano in molti casi compagni d'armi nei campi di addestramento afghani di vari detenuti ora chiusi a Guantanamo. È per questo, racconta l'ammiraglio Harris, che gli uomini dell'intelligence Usa e dei paesi della forza Isaf, sempre più spesso scoprono nei villaggi afghani nuovi nomi di capi della guerriglia e chiedono se tra i 395 detenuti nella base a Cuba ci sia chi li conosce. «Non ci sono fotografie che li ritraggono - spiega Harris -, ma molto spesso sono personaggi che hanno conosciuto quelli che sono a Guantanamo. Per questo i disegnatori delle forze dell'ordine stanno lavorando con i detenuti che collaborano e presto avremo immagini da mandare ai nostri militari in Afghanistan, utili per catturare o uccidere questi individui».

"Trecento detenuti pericolosi" Ma l'ammiraglio Harris e i suoi ufficiali sanno che non basteranno gli identikit, per placare l'impazienza che buona parte del mondo ha ormai per Guantanamo. «Sono d'accordo con chi dice che prima si chiude questo posto, meglio è - afferma Harris -, ma questo deve avvenire quando Guantanamo non è più necessaria. Oggi sfortunatamente a mio avviso lo è, perchè abbiamo qui circa 300 detenuti, su un totale di meno di 400, che sono seriamente dediti alla loro causa, sono troppo pericolosi per essere rilasciati o non hanno detto quello che sanno. Non possiamo assumerci la responsabilità di lasciarli andare». Il Pentagono, sottolinea l'ammiraglio, ha già «corso i propri rischi», facendo partire da Guantanamo in questi anni circa metà dei detenuti che vi sono arrivati (377 su meno di 800). Una ventina di loro, pari al 10%, sono ricomparsi sul campo di battaglia, specie in Afghanistan.Nello stesso tempo, buona parte di quelli rimasti - tra cui i presunti strateghi dell'11 settembre - non possono tornare a piede libero. «Nell'immediato futuro - afferma l'ammiraglio - c'è la necessità assoluta di avere Guantanamo o un posto come Guantanamo da qualche parte. Se chiudessimo domani, dovremmo decidere dopodomani cosa fare con i detenuti che sono qui».