Così i Ds hanno costretto Visco al dietrofront

Roma - Nella splendida e immutabile lingua di palazzo, ancora una volta, la definizione scelta ieri per documentare la catastrofe era virata da un eufemismo quasi grottesco: «Decisione spontanea». Fantastico. Sarebbe spontanea, infatti, la scelta del viceministro Vincenzo Visco, secondo quanto riferiva ieri, incurante del rischio-ridicolo, il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta. Certo non meno «spontaneo» del botta e risposta durissimo fra Romano Prodi e Antonio Di Pietro nel vertice di maggioranza, ieri mattina, sullo stesso tema: «Ritira il tuo documento!», aveva intimato il premier. «Finché Visco non spiega perché ha chiesto il trasferimento dei finanzieri che aveva definito encomiabili - ha risposto a muso duro l’ex Pm - non ci penso proprio!».
In realtà, le «dimissioni spontanee» sono frutto di uno dei più violenti bracci di ferro degli ultimi mesi, con la maggioranza impegnata in una partita a poker fitta di bluff, rilanci e colpi di scena. Si parte con un «niet» assoluto dei Ds a qualunque degradazione per Visco, e con un tentativo di respingere la palla nel campo avverso, dopo le rivelazioni del Giornale. Poi si apre una prima breccia, con la presa di posizione non plateale ma politicamente pregnante di Arturo Parisi. La linea di difesa del viceministro ds diventa una vera e propria Maginot quando una nutrita pattuglia di senatori «ultra-ulivisti», in nome della trasparenza e della correttezza, promuove un ordine del giorno sul caso sostenendo che Visco non può mantenere responsabilità sulla Gdf. Fra questi, il più risoluto partigiano della «questione morale» è Willer Bordon, estensore del testo con Roberto Manzione.
Ma quando anche l’Italia dei Valori dice «Visco faccia un passo indietro» annunciando un proprio Odg a firma del capogruppo Nello Formisano, la trincea del sottosegretario si fa indifendibile. Anche perché Clemente Mastella, pur smorzando con eleganza lo scandalo degli insulti di Visco nel «fuorionda» di Striscia la notizia, faceva sapere che anche l’Udeur non accetta la linea del «Non è successo nulla». Che la partita non fosse chiusa lo dimostrava la prima presa di posizione ufficiale del governo, che con Vannino Chiti (solo due giorni fa!) aveva assicurato in Aula che Palazzo Chigi riconfermava a Visco «la sua piena fiducia». Un testo meraviglioso, quello del sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, riletto solo 48 ore dopo: «Visco non ha costretto nessuno a fare alcunché: non ne avrebbe avuto né la possibilità né i mezzi, né glielo avrebbero consentito la sua formazione culturale e la sua correttezza istituzionale». Era ancora una volta un uomo della Quercia a far quadrato, e a tranquillizzare il sottosegretario, che si era pur sempre speso non per tutelare se stesso, ma il proprio partito, sotto attacco sul caso Unipol. Cosa succede nel giro di due giorni da far saltare le difese approntate da Chiti? Al Senato si scambiano colloqui frenetici in cui a sondare il campo è la capogruppo dell’Ulivo (anche lei diessina) Anna Finocchiaro. E quando emerge dal suo giro di consultazioni, la senatrice della Quercia spiega a Chiti che è impossibile dissuadere i presentatori degli Odg a ritirare i propri documenti. Bordon, interrogato, in modo perentorio risponde che non ci pensa minimamente: «Non siamo figurine elette in Parlamento, ma senatori che esercitano il proprio mandato senza vincoli». Il fallimento di Prodi con Di Pietro è la ciliegina sulla torta.
Da quel momento in poi il calcolo è presto fatto: se l’opposizione aggiunge i suoi voti a quelli dei ribelli ulivisti, il governo finisce sotto. Un rischio troppo grande, visto che il leghista Roberto Calderoli aveva persino presentato un Odg «fotocopia». La Finocchiaro torna dagli ulivisti e gioca il tutto per tutto: «La destra vi sosterrà, lo sapete?». Sia Bordon che Manzione rispondono che è «normale dialettica parlamentare». A questo punto la capogruppo riferisce a Prodi che la situazione a Palazzo Madama «è a rischio». Prodi parla con Visco (a cui pure aveva detto di stare «tranquillo», pochi giorni fa) e stavolta l’interessato capisce. «Decisione spontanea». Anzi, spontaneissima.