Così i fondamentalisti hanno perso

Come Hezbollah
nel 2006 gli estremisti ora
cercano di segnare un punto
nella guerra mediatica

Hamas prima piega la testa e accetta il cessate il fuoco imposto da Israele, poi gioca la carta della «divina vittoria » e tenta - come Hezbollah nel 2006 - di disegnare un successo virtuale sulle rovine di Gaza. Il via lo dà l'ex premier Ismail Hanyeh annunciando un successo «storico e strategico». A far da coro arrivano il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, il capo in esilio Khaled Meshaal e un'ala militare che annuncia l'imminente ricostruzione degli arsenali.

Stavolta però la divina vittoria è solo un bel canto. Israele ha vinto sul piano strategico, tattico e politico. Il 27 dicembre all'avvio di "Piombo Fuso", Tsahal, l'esercito israeliano, affronta tre «handicap» che rischiano di comprometterne la superiorità militare. Il primo è la necessità di un trionfo indiscutibile per recuperare la deterrenza strategica perduta nell'estate 2006. Il secondo è l'obbligo di vincere in fretta per risparmiare un conflitto aperto a Barack Obama. Il terzo è il vincolo elettorale del 10 febbraio che costringe i ministri della Difesa Ehud Barak e degli Esteri Tzipi Livni a centellinare i rischi.

Israele coglie di sorpresa Hamas e sfodera un'intelligence perfetta annichilendo i centri del potere nemico. Dopo una settimana passa da una guerra esclusivamente aerea a un'operazione di terra ancor più devastante, ma mantiene sempre l'iniziativa impedendo ad Hamas di sfruttare le armi ricevute dall'Iran e di dispiegare le tattiche asimmetriche apprese dai pasdaran e da Hezbollah. Il lancio di missili da piazzole interrate, da cortili e tetti civili è costante, ma impreciso, incapace di replicare il panico e il caos generato in Israele dalle salve di Hezbollah nel 2006. Neppure i bunker sotterranei, l'impiego di volontari kamikaze, l'utilizzo di mortai e armi anticarro per colpire sfruttando lo scudo dei civili e i dedali cittadini generano quelle sorprese asimmetriche che nel 2006 bloccano più volte le offensive di Tsahal. L'esercito, invece, usa tutta la devastante potenza di fuoco per livellare qualsiasi resistenza e costringe i militanti a evitare lo scontro diretto.

Hamas non riesce nemmeno a capitalizzare l'effetto solidarietà generato dal pesante bilancio di vittime civili. Le divisioni arabe e i sospetti internazionali generati dall'alleanza con Iran ed Hezbollah impediscono l'innescarsi di una reale ondata d'indignazione. In Cisgiordania, dove nel 2006 stravinse le elezioni, Hamas si ritrova stretto nella morsa delle nuove forze di sicurezza di Fatah addestrate in Giordania con la consulenza americana. Questa indiretta alleanza con Israele potrà rivelarsi letale per il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma intanto cancella la presenza fondamentalista intorno a Gerusalemme.

Questo isolamento politico, umano e geografico priva Hamas di un elemento indispensabile per inscenare la divina vittoria. Nel 2006, tre giorni dopo il ritiro israeliano, Hezbollah già distribuiva i dollari iraniani destinati alla ricostruzione. Oggi l'Iran fa i conti con la caduta dei prezzi del petrolio, una pesante crisi economica e l'isolamento di Hamas causato dalla distruzione dei tunnel di Rafah. Nella Gaza sigillata da Egitto e Israele, Hamas non è certo il demiurgo della ricostruzione e deve rispondere a chi lo accusa di aver salvato i propri capi, ma aver lasciato sterminare la propria gente.

Sullo scacchiere regionale l'alleato iraniano fa i conti con la perdita di un fronte indispensabile, assieme a quello libanese, per tenere sotto scacco Israele in caso di attacco preventivo contro le sue installazioni nucleari. Una sconfitta quasi imperdonabile per chi come Teheran punta all'egemonia in Medio Oriente.