«Così Ifil ha evitato lo spezzatino Fiat»

«Dal 2004 non abbiamo mai venduto azioni del Lingotto»

Pierluigi Bonora

nostro inviato a Torino

«Scendere al 22% di Fiat sarebbe stato come abbandonare la partita; avremmo corso il rischio di una destabilizzazione globale dell’azienda e del suo management. Il deprezzamento del titolo Fiat sceso fino a 4,5 euro? Il Gruppo Agnelli, dal 2004 non ha mai venduto azioni Fiat». Gianluigi Gabetti, presidente dell’Ifil, ha approfittato dell’assemblea degli azionisti per svelare i retroscena dell’operazione che lo scorso autunno ha permesso alla holding di non perdere la presa sul Lingotto. Gabetti - affiancato dai vicepresidenti John Elkann e Tiberto Ruy Brandolini d’Adda, dal neoamministratore delegato Carlo Sant’Albano e dal consigliere Franzo Grande Stevens - ha risposto anche al documento che Adusbef, Federconsumatori e Banca della Solidarietà hanno depositato alla Procura di Milano sull’infondatezza del rischio di una scalata ostile ai danni della Fiat.
«È vero che forse Lehman Brothers non voleva scalare il Lingotto - ha precisato in proposito Gabetti - ma puntava a rilevare le azioni delle banche. Il rischio era lo spezzatino della Fiat e l’Ifil l’ha salvata». Secondo la ricostruzione fatta ieri la banca d’affari aveva presentato un’offerta alle banche del convertendo alle quali proponeva di rilevare la loro quota pagando un premio rispetto alla quotazione di allora. Il 28% detenuto dagli istituti sarebbe stato conferito a una Newco con il ruolo di partner della holding nei confronti della Fiat. Ifil e Newco, a questo punto, avrebbero controllato insieme il 50% del capitale Fiat, senza dar luogo a un’Opa obbligatoria. «A noi quella proposta non arrivò - ha aggiunto Gabetti - ma sapemmo che esisteva e capimmo i rischi che potevano minacciarci perché nella lettera si diceva espressamente che i nuovi investitori esprimevano un forte interesse nella gestione di Fiat. Quello che si profilava era un pericolo per il nostro investimento, per la stabilità del management, per Torino e per l’economia piemontese. E il timore di un’aggressione esterna si accentuò in luglio quando l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in un incontro a Mediobanca con gli analisti, dichiarò che il risanamento dell’Auto procedeva speditamente». Il presidente dell’Ifil (l’assemblea ha approvato il bilancio 2005, chiuso con un utile di 99 milioni, in crescita del 23%, e la distribuzione di un dividendo di 0,08 euro per azione ordinaria e di 0,1007 per le risparmio) ha quindi ribadito quanto affemato alla Consob sui singolari movimenti del titolo torinese nel periodo che ha preceduto l’equity swap. «Mai effettuate vendite allo scoperto di azioni Fiat, né fatto ricorso a derivati, né ci siamo mai rivolti a intermediari per deprimere il corso del titolo», ha sottolineato Gabetti. Per Grande Stevens, però, c’è ancora una domanda rimasta senza riposta: chi si nascondeva, cioè, dietro gli azionisti-clienti di Lehman.
«Se si scopre chi sono, si arriva a sapere quali sono i loro fini, che - ha spiegato il legale di fiducia degli Agnelli - secondo me erano di vendersi a pezzi la Fiat. Una cosa che in altri casi in Italia è riuscita». A circolare, in quel periodo, era soprattutto il nome di Carlo De Benedetti, mentre Roberto Colaninno aveva seccamente smentito ogni suo possibile nuovo interessamento per il gruppo torinese. «Certo è - ha concluso Gabetti, riferendosi al baratro in cui è piombata la controllata Juventus - che gli interventi necessari per la società bianconera nulla toglieranno al nostro impegno per la Fiat». In Borsa l’Ifil ha perso ieri il 2,34% e a farle compagnia è stata la «cassaforte» Ifi (oggi è convocata l’assemblea, mentre domani sarà la volta dell’Accomandita). Rimbalzo per la Juventus a 1,19 euro (più 5,68%), dopo avere toccato un nuovo minimo a 0,99 euro. Ancora in recupero Fiat: più 0,68% a 10,09 euro.