Così io, critico del futurismo ho smascherato la gang di falsari

Il Futurismo è una «bestia nera», per chi non lo conosce. È per questo che se qualcuno che di Futurismo sa poco o niente si trova fra le mani un «fondo futurista» - che puzza lontano un miglio - crederà di avere fatto la scoperta del secolo. Questo può accadere solo nell'Italietta che per anni ha preso a calci nel sedere la più importante avanguardia italiana del ’900, bollando come «fascista» tutto quello che venne dopo la morte di Boccioni, nel 1916. E dunque dopo tale data per gran parte dei nostri critici è nebbia profonda. Ecco perché, di fronte a un improvviso ritrovamenti di un copioso numero di opere di Osvaldo Bot sono tutti caduti nella trappola. Ma veniamo ai fatti.
Osvaldo Barbieri, in arte «Bot» (da Barbieri Osvaldo “Terribile”) nato a Piacenza, era uno dei tanti giovani che negli anni Venti abbracciavano il Futurismo soprattutto come «rito goliardico». Insomma, per molti giovani di allora essere futuristi era «un'attitudine di vita», piuttosto che un'attitudine estetica. E questo è propriamente il caso di Bot, che aderì al Futurismo nel 1928 e se ne distanziò nel 1934, e la cui produzione ufficiale e nota sino a poco tempo fa era esigua, per certi versi eterogenea nello stile, ma con dei tratti distintivi e riconducibili a una linea di fondo unitaria. Qualche anno fa, invece, sono state «scoperte» centinaia di tempere, disegni a china e oltre cento album, cioè cartelle, block notes e quaderni pieni zeppi di disegni a china o a tempera (per un totale di cinquemila opere!), una selezione dei quali fu esposta a Piacenza (tra il dicembre 2006 e il gennaio 2007) in una mostra titolata «I Bot della collezione Spreti». Sembrava la scoperta del secolo. Invece, a un'attenta osservazione, si è rivelato il bidone del secolo. Molti di questi album, una volta consacrati dalla mostra, giunsero via via sul mercato, acquistati da vari collezionisti, alcuni dei quali si sono pure indebitati pensando di fare chissà quale affare. Uno di questi collezionisti, però, mi confidò di essere molto preoccupato dal fatto che aveva visto un album davvero brutto e questo aveva lo stesso ex-libris del suo. Allora cominciai a interessarmene e in breve tempo si riuscì a capire che gran parte degli album provenivano da un unico fondo, tutti appunto vergati dall'ex libris del marchese Vittorio Spreti (uno studioso d'araldica! Che cosa mai c'entrasse col Futurismo non si riusciva a capire...) e spesso con dediche ai maggiori futuristi: Marinetti, Depero, Bragaglia, ecc. Ma come mai - mi sono chiesto - erano invece in possesso del marchese e non dei rispettivi destinatari? E poi, addirittura in un caso, la dedica a un futurista (Azari) era posteriore alla data della sua morte! Una svista del Bot o del falsario?
La cosa si faceva interessante. Chiesi allora di poter studiare qualcuno di questi album e spulciai a fondo il catalogo della mostra di Piacenza. Ne emerse un quadro incredibile in quanto ad un'analisi più approfondita gran parte di queste «creazioni» risultavano copiate di sana pianta sia da quelle di altri futuristi, ma anche da soggetti liberty! Solo chi non conosce il Futurismo, e nemmeno un minimo di panorama della grafica pubblicitaria e di propaganda della prima metà del ’900, può accreditare al Bot centinaia di opere senza accorgersi che sono copiate da Prampolini, Depero, Balla, Fillia, Diulgheroff, Crali, Canevari, tra i futuristi, Combaz, Christiansen, Cantatore, per il Liberty, e persino da un artista della Bauhaus (Herbert Bayer), solo per fare qualche nome. Per cui, avallando la genuinità di questo fondo (senza poi accorgersi delle copiature) si dimostra innanzi tutto di non aver capito non solo il Futurismo e l'artista Bot, ma anche l'uomo Bot. Mai un futurista avrebbe copiato le opere di un suo collega: avrebbe solo portato gloria a «quello» e non avrebbe mai affermato la «sua» arte, la sua linea stilemica. Ma, cosa ancora più grave, con che logica il Bot «futurista», avrebbe copiato opere pre-futuriste, cioè opere che i futuristi avevano dileggiato, che avevano considerato retaggio del passato, e appunto definito «passatiste». Se questo fondo fosse stato autentico, ne sarebbe uscito un Bot afflitto da un considerevole disorientamento creativo, e mentale. E se lo scopo di questa operazione era quello di «consacrarlo», ebbene si è corso il rischio di ottenere esattamente il contrario, dimostrando invece che il Bot che appare nella collezione Spreti è un'artista inconsistente, privo di idee sue, e dunque plagiaro. Infine, ciliegina sulla torta, alcune opere datate 1927 sono copiate da quelle di altri artisti realizzate molti, ma molti anni dopo. A chiudere il cerchio una perizia calligrafica di questi fogli (con le dediche) confrontati con la calligrafia sicura del Bot, ha confermato i dubbi: non sono autografi.
Ho quindi interpellato Marilena Pasquali, la vera esperta di Bot (e stranamente tenuta fuori dalla mostra piacentina), le ho esposto i miei dubbi e mostrato i confronti stilistici, le copiature, il segno approssimativo, le stesure pasticciate e lei ha confermato il mio punto di vista. Ovvio, a questo punto, l'intervento del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, che nella lotta alla contraffazione delle opere d'arte ha un'esperienza quarantennale. Gli inquirenti hanno subito avviato le indagini e i sequestri si sono via via moltiplicati sino a giungere - ed è uno dei pochissimi casi in Italia - a chiudere il percorso «dal consumatore al produttore», cioè ad arrestare la banda di falsari: un noto esperto d’arte lombardo, un collezionista e un pittore alessandrino, quest’ultimo colto «al lavoro», in una casa di Alessandria. Un'indagine impeccabile, chiusasi proprio l’altro ieri, che credo farà «giurisprudenza». Sì, perché spesso queste indagini, a volte eclatanti, poi nei dibattimenti processuali sono ridimensionate. Qui no. Il falsario è stato colto sul fatto, al lavoro sul tavolo luminoso che gli serviva per ricalcare i soggetti da imitare. Un fatto incontestabile.
E il Marchese Spreti? Gli è stata affibbiata una "relazione" più che ventennale con il Bot, con decine di lettere (false pure quelle) dell'artista al suo mecenate che (pare) gli acquistava quasi tutto. Peccato che nel documentatissimo archivio di famiglia (che risale al XIII secolo) non vi sia neanche una velina di una risposta che sia una dello Spreti al Bot. «Mai conosciuto questo Bot», ha infine sentenziato l'ultimo discendente della famiglia Spreti, facendo crollare definitivamente il castello di documentazione costruito a supporto dei falsi. Insomma, una storia tipicamente italiana, che ricorda certi film di Totò, quelli della «banda del buco».