"Così Jacko lanciò i Queen"

Intervista a Roger Taylor. Il batterista dei Queen: "Fu Michale Jackson a consigliarci il singolo che ci fece esplodere in America". Esce il cd "Absolute greatest hits" e venerdi debutta a Milano il musical "We will rock you"

Londra - E dovreste sentire come ne parla, con la sua voce da lord inglese vecchio stile. «Freddie era inarrivabile, dopo la sua morte c’è stata solo noia». Intanto lui, Roger Taylor, era uno dei suoi migliori amici dai tempi del liceo o giù di lì. E nei Queen è pure diventato uno dei batteristi più riconoscibili di sempre e basti pensare a quel tum tum tah di We will rock you che ha davvero fatto ballare tutto il mondo. Ora che ha sessant’anni tondi tondi e calza ancora stivali da John Wayne nel saloon mica si nasconde che «i Queen sono un’azienda e bisogna pure pagare le tasse».

Difatti è appena uscito un Absolute greatest hits che raccoglie i loro venti successi più successi di tutti, da Radio Gaga a Show must go on, figurarsi. E, dopo lo strepitoso successo inglese, il musical We will rock you (toh!) debutta venerdì all’Allianz Theatre di Milano raccontando quello che i Queen sono stati: ritmo, talento e quella roba là, la magia.

Però, Roger Taylor, adesso esce un altro vostro greatest hits. Non vi fate proprio mancare nulla.
«In effetti è il nostro terzo».

Appunto.
«Ma stavolta abbiamo pensato ai gusti del pubblico. Dentro ad Absolute greatest hits ci sono tutti i nostri brani più famosi, per di più sono stati rimasterizzati perché quando furono incisi la tecnologia aveva limiti grossi».

Ma per fortuna non c’è il solito brano civetta, ossia l’inedito fatto apposta per garantirsi le vendite.
«Ho detto che conviviamo bene con l’idea che i Queen siano ormai diventati un brand. Ma ciò non significa che si debba mancare di rispetto ai fans».

Comunque piacerà molto a quelli americani, sembra fatto apposta.
«Difatti c’è anche il brano che ci fece definitivamente sfondare laggiù, Another one bites the dust. E se allora fu pubblicato come singolo, il merito è soprattutto di Michael Jackson».

Addirittura.
«Nel 1980, durante il tour a supporto dell’album The game, avevamo quattro concerti consecutivi al Forum di Los Angeles. E Michael Jackson venne a vederli tutti. Una sera nei camerini ci disse: “Perché non pubblicate Another one bites the dust come singolo? Con quello andrete sicuramente al primo posto”».

Memorabile: Jacko che parla con Freddie Mercury.
«Mi ricordo pure che Michael si mise a canticchiare quel brano con la sua voce inconfondibile».

E voi?
«Lì per lì non eravamo d’accordo anche perché il primo singolo era Crazy little thing called love. Poi lo pubblicammo: diventò il nostro più grande successo negli States fino ad allora».

Iniziavano gli anni Ottanta: la vostra consacrazione.
«Erano anni pericolosi, c’era tanta moda, troppa, nella musica. Noi abbiamo cercato di restare contemporanei».

Lo avete fatto anche dopo la morte di Mercury. E qualcuno si è lamentato. L’anno scorso è uscito un vostro cd con Paul Rodgers alla voce, «The Cosmos rocks».
«Quell’esperienza ormai è finita. Io non avevo alcun problema con Paul Rodgers, Brian May (il chitarrista - ndr) invece sì».

Fine anche dei Queen?
«Discograficamente la vedo molto dura. Comunque è in programma l’uscita di un nostro concerto registrato all’Hammersmith Odeon di Londra a Capodanno del 1975 alla conclusione del tour di A night at the Opera. Lì c’era il primo Freddie, imperdibile e sorprendente».

D’accordo, ma i Queen si riuniranno ancora qualche volta per suonare dal vivo?
«Magari per qualche anniversario, però nulla è in programma».

D’altronde l’altro membro superstite, John Deacon, si è ritirato definitivamente.
«Noi ci siamo parlati qualche anno fa e lui mi disse che non voleva essere più coinvolto nelle nostre iniziative. Comunque riceve gli assegni delle royalties e diciamo che, tecnicamente, è un socio».

Dicono sia depresso.
«Non saprei se stia attraversando un periodo felice oppure no: è sempre stato molto riservato».

Chissà che cosa pensa del musical «We will rock» che debutta in Italia il 4 dicembre.
«Debutta quasi contemporaneamente all’uscita del mio The unblinking eye, solo sul web. È il primo singolo che pubblico in dodici anni».

Scusi, e il musical?
«Ha avuto un grandioso successo in Gran Bretagna. E mi stanno convincendo a preparare anche il sèguito. Io non sono un grande fan di questo tipo di idee. Ma credo che il titolo sarà The show must go on».

Il titolo che è diventato una regola cinica dei nostri tempi. «Vero, anche se la nostra musica è senza tempo e io ne sono orgoglioso. Quando i Queen sono partiti, pensavo che sarebbero durati poco ma quarant’anni dopo siamo ancora qui a parlarne. E io non riesco a dire quanto sia felice».