Così l’affresco di Piano «affoga» nel Bisagno

Il presidente degli industriali contro l’idea dell’architetto per il waterfront genovese

Vito de Ceglia

Marco Bisagno non nasconde la sua perplessità. L’Affresco di Renzo Piano non lo esalta, e lo dice senza giri di parole: «È un progetto che non considera affatto le esigenze commerciali ed economiche dello scalo - dichiara al Giornale il presidente degli industriali genovesi -. È antitetico al vecchio Piano regolatore portuale, e tiene in considerazione solo la città e il suo waterfront». Non solo. Bisagno ammette: «L’Affresco è nato senza alcun confronto con l’utenza: un’anomalia, questa, che continua ancora oggi. Ad un anno e mezzo dalla sua presentazione».
Parte da qui, Bisagno. Che aggiunge: «Gli industriali si sforzano di avere sempre un’opinione obiettiva. Quindi, con tutta franchezza, posso dire che il nostro porto è una grande realtà, con importanti opportunità: ma non siamo in grado di sfruttarle, perché non lo vogliamo fare. Adesso, c’è un po’ di cambiamento rispetto a prima, una parte della pubblica amministrazione si sta rendendo conto che è arrivato il momento di darsi una mossa o è un disastro. È vero che l’hi-tech, il manufatturiero puro, il turismo possono dare delle soddisfazioni, però oggi il settore trainante è il porto. E lo sarà per molti anni ancora. Genova è al centro dei traffici che arrivano dall’Oriente e con il raddoppio di Suez saremo ancora più agevolati perché abbiamo 5-6 giorni di anticipo rispetto al centro dell’Europa. Quindi, dobbiamo sfruttare la nostra posizione».
Come si ovvia questo problema?
«Lo confesso: non credo molto che il territorio debba essere recuperato andando verso il mare, senza toccare la costa. Oggi, tutti abbiamo visto che l'implemento di aree commerciali, come previsto dal progetto Piano, porterebbe il porto di Genova ad avere 600-700 ettari contro i 1.000 di oggi e i 1.500 tra dieci anni di Barcellona, senza considerare i porti nordeuropei. Aggiungo che è limitativo pensare di rinunciare all'espansione lungo la costa di Voltri, cercando di recuperare spazio verso il mare. Senza considerare poi l'aspetto finanziario del progetto Piano...».
Solo l’aspetto finanziario non la convince?
«La verità è che questo Affresco non è nato per ampliare il porto, ma per migliorare il waterfront, rendere più bella la città. Un progetto per salvaguardare la presenza cittadina lungo la costa. Però, in un momento così delicato per l’economia e l’occupazione, bisogna guardare di più agli aspetti pratici senza lasciarsi entusiasmare troppo da progetti faraonici che tengono in considerazione l’aspetto estetico e non quello produttivo».
E un po’ quello che è accaduto a Voltri. Si è puntato sull’aspetto economico, ma alla fine è stato controproducente, perché oggi la cittadinanza si sente tradita.
«Purtroppo, è così. La colpa principale è stata soprattutto dell’imprenditore che ha ricevuto ma non ha dato abbastanza. Perché se a Voltri fosse stata costruita una “zona di rispetto che si rispetti”, si sarebbe concesso al cittadino del ponente qualcosa in cambio rispetto a quello che gli è stato portato via. Probabilmente, la reazione dei comitati sarebbe stata diversa».
Mi scusi, la sua è una critica nei confronti della società che gestisce il terminal?
«No, è una critica a noi stessi, all’amministrazione che ci ha guidato negli anni precedenti, la quale non ha avuto la lungimiranza di capire le esigenze della comunità».
La stessa lungimiranza, secondo lei, manca anche oggi nel valutare l’impatto del progetto Piano sul porto?
«Sono d’accordo con l’analisi di Alfonso Clerici (vice presidente dei terminalisti, ndr), che è poi il punto di vista dell’associazione degli industriali. Oggi, il porto vive un momento di confusione. È evidente che esiste una profonda incertezza. Mi spiego meglio: il progetto Piano è stato realizzato, per missione, senza sentire gli utenti. Probabilmente, è questo l’input che l’architetto ha ricevuto. Qualcuno dice che gli industriali e i terminalisti sono troppo attenti a difendere i propri interessi. Io aggiungo che è normale che un imprenditore difenda la sua azienda. È naturale che ci sia un confronto».
Quindi, sta dicendo che l’Affresco di Piano è stato partorito senza sentire le esigenze degli utenti?
«È così. Al contrario del Piano regolatore portuale, l’Affresco non ha tenuto in considerazione l’utenza. Certo, questo rappresenta un progetto di stimolo anche se, ad un anno e mezzo dalla sua presentazione, si continua ad elaborarlo sistematicamente senza alcun confronto. A questo punto, l’auspicio degli industriali è che si apra, nel più breve tempo possibile, un tavolo tecnico per fare il punto sulle cose da fare in futuro. Stabiliti i punti critici, poi l’Authority farà la sue scelte tenendo presente le reali esigenze del porto. In sostanza, l’Affresco deve sposare il Prp: in caso contrario, il progetto di Piano resterà un libro dei sogni».
Parliamo del Voltri Terminal Europa (Vte). Secondo lei, il pressing di Novi nei confronti del concessionario Psa-Sinport è stato eccessivo?
«Molto spesso, in passato, noi ci siamo lamentati perché tante concessioni venivano rilasciate a fronte di piani industriali, ma poi venivano eluse le verifiche da parte dell’Authority. In questo caso, non è accaduto. Ed è un bene. Perché l’ente ha il diritto e il dovere di revocare le concessioni, qualora si verificassero delle under performances. Detto questo, se il Vte ha in dotazione tanti metri quadrati ma non li utilizza al meglio, è chiaro che fa un danno al porto. Ora, gli obiettivi del Vte sono stati enunciati, la società ha presentato un buon piano industriale, quindi la sua volontà è quella di crescere. Se poi Psa-Sinport - che è uno dei più importanti terminalisti al mondo - disattenderà gli obiettivi, l’Authority potrà revocare la concessione. Sino ad oggi, invece, si sono fatti tanti discorsi senza compiere nessun passo in avanti.».
Ma la banchina sesto modulo del porto di Voltri spetta di diritto al Vte?
«Sì, senza dubbio. O si toglie la concessione in toto al Vte oppure si assegna alla società il sesto modulo».
Allora, perché l’Authority solleva una serie di obiezioni sulla legittimità della richiesta del Vte?
«Ma è giusto. Oggi, il porto di Genova sta ricevendo tante proposte da importanti società internazionali. Quindi, se un terminal non soddisfa, bisogna anche pensare a soluzioni alternative. Aspettiamo ora di capire come evolverà il confronto tra Vte-Authority».
Come giudica l’accordo sul «salario garantito» tra Vte-Compagnia Unica?
«Penso che quando la Compagnia viene retribuita il giusto, questa diventa inattaccabile dal punto di vista professionale e della produzione. Bisogna, però, vedere se alla fine del mese il terminal rientra nei suoi conti».
Ma il console Batini è sempre il «vero padrone» del porto?
«Lui continua ad avere una grande influenza. Batini ha un carisma che non ha nessun’altro. Non vedo, però, giovani capaci in grado di sostituirlo. Non ci sono persone, dietro di lui, della sua caratura. E questo un po’ mi preoccupa perché il console comincia ad essere vicino alla pensione».
Una battuta su Costa Crociere. È così difficile ricomporre la frattura con Genova?
«Niente è impossibile. Ho sempre detto che per fare ritornare Costa Crociere a Genova non serve solo un buon terminale, ma anche una serie di buoni servizi, non ultimo quello del sesto bacino. Con la compagnia di Foschi il rapporto deve essere pulito e corretto, non dobbiamo né prostituirci né fare cose eclatanti. Tanti imprenditori sono rimasti delusi più dalle non-decisioni che dalle decisioni negative».
Un suo giudizio obiettivo sull’operato del presidente dell’Authority Giovanni Novi.
«Credo sia difficile fare il presidente dell’Autorità portuale. Novi è una persona per bene, un grande lavoratore e un attento conoscitore del traffico marittimo. Detto questo, lui sta sbagliando perché, fino ad oggi, non ha saputo utilizzare la struttura dell’Authority nel modo corretto. Continua a ragionare ancora con una mentalità da broker. La macchina oggi non funziona bene, o meglio funziona meno bene rispetto a prima. Gli faccio anche una colpa per non aver preso decisioni in contrasto con la ex amministrazione regionale, con la quale gli industriali non hanno saputo aprire, probabilmente anche per colpa nostra, un rapporto costruttivo. Tante volte mi chiedo: se non ci fosse Novi, chi ci potrebbe essere alla guida di Palazzo San Giorgio? E mi rispondo: nessuno!».