Così l’amore di Edi e Ida diventa storia dell’umanità

L’epistolario di papà e mamma Bressani pubblicato dalla figlia Maria Luisa che con pudore si sporge sul «panorama dell’anima»

Maria Vittoria Cascino

Raccontato da amici per altri amici nella petrosa sala del Municipio di Bobbio, Val Trebbia piacentina allungata in Liguria. Terra di mezzo che culla una storia di storie. Che Maria Luisa Bressani ricompone in «Lettere d'amore e di guerra» (Lint Editoriale, pagine 152, euro 14,50), quelle che l'ufficiale Edgardo Bressani scrive a Ida. Quelle che la maestrina Ida scrive ad Edgardo. Dal 1934 al '45. Bruciano. Sono le lettere di mamma e papà. Che anni dopo Edi rileggeva a Ida sulla panchina intorno al pero per ridestarne la memoria compromessa dal Parkinson. Maria Luisa le trova nel ripostiglio della casa di Bobbio, chiuse nella cassetta militare di lui. Legate da un nastrino azzurro e uno dorato. Leggerle è scendere a ritroso senza rete. Esce il non detto, i pensieri mai chiariti, le emozioni cristallizzate.
Maria Luisa si sporge sul «panorama dell'anima» di Edi e Ida. Pudore e paura. Non è solo un ping pong d'amorosi sensi. Perché Edi è ufficiale di Artiglieria Pesante Campale. Nel '35 parte volontario, è distaccato in diverse città italiane, finisce in Tunisia, poi in Algeria, prigioniero a Saida. La donna che ama diventa riferimento assoluto per raccontare quegli anni. Per ascoltarli attraverso gli occhi neri e profondi della maestrina che Edi, triestino, incontra a Bobbio. Nel '33 un concorso lo porta all'Ufficio Finanziario del paese. La scopre nel settembre di quell'anno, alla festa dell'uva. È il trionfo dei sensi. Lei nel caratteristico costume paesano, il bustino stringato a sottolineare i 54 cm di vita, i capelli in due trecce lasciate libere sul petto in boccoli neri. Le prime parole. Poi le promesse. L'epistolario si incastra fra Trieste, dove Edi torna, e le frazioni della Val Trebbia, dove Ida insegna. Parole potenti. Fino al matrimonio, alla partenza per la guerra, ai resoconti dal fronte, agli acquarelli che il conflitto salva negli occhi di Edi. Alla trasferte in Sicilia, alla nascita di Ferruccio e Maria Luisa. Al bombardamento di Kairouan, Tunisia, 9 febbraio '43 da parte dell'aviazione Usa: «…feriti e morti, tutti arabi, quasi tutti uomini salvo qualche bambino… tutti insanguinati, brandelli, più di mille tra morti e feriti… povera gente, toccata nella carne, quanto più tanto grama, misera era la loro vita… è terribile» scrive lui. Mentre lei poco prima gli confidava: «Ho avuto incubi paurosi.. Pensa amor mio che da ragazza all'uomo dei sogni avevo dato un nome: il tuo e ancora non ti conoscevo. Ti ho visto, ti ho amato, era l'amore incredibile che ha portato luce nella mia vita grigia.. Ti amo dell'amore che ha radici dentro…».
La sala di pietra è rotta dall'interpretazione di Aldo Vinci e Sara Gibelli, parole che graffiano l'anima. Maria Luisa ascolta perduta negli occhi grigi di papà. Poi altre lettere che squartano la storia. Toni che non si smorzano, quasi violenti. La vicenda interiore s'avvinghia agli eventi assoluti ed è brava l'autrice a imbastire un disegno dove i valori di patria, fedeltà agli ideali, s'accompagnano alla scelta partigiana dello zio di Ida, Alfredo, alpino della Monterosa che a Bobbio prende la via dei monti.
Le ragioni del cuore e di un'Italia sventrata, di Edi e Ida che non riescono a comunicare per oltre un anno, di Maria Luisa che si porta dietro un conflitto intimo irrisolto col padre, di Ida che dà le informazioni sul caro-vita a Edi. Che sul treno di ritorno dalla prigionia di Saida trova un controllore che gli consiglia di togliersi la divisa. Una follia. La divisa, quello in cui ha creduto, l'umiliazione. Lì c'è tutta l'Italia che va. C'è il polso di una situazione nazionale. Dentro ci finiscono la fede, il valore del bene-posta, l'amore di pancia per Bobbio, i venti mitteleuropei di Trieste, l'intimità della camera d'albergo triestina dove la famiglia Bressani festeggia il ricongiungimento della città all'Italia. Istantanee, che l'autrice puntella di riferimenti letterari, articoli di giornale, film culto.
Il libro è ancora aperto sul tavolo. Accanto a Maria Luisa ci sono gli amici, c'è il professor Mario Pampanin, docente di Diritto Urbanistico all'università di Pavia, che ripercorre Bobbio e i loro incontri. Che trivella ed estrae campioni di vita, volti bobbiesi, legami inossidabili che l'autrice annoda sugli scritti. C'è Massimiliano Lussana, caporedattore dell'edizione genovese del Giornale, che punta sul doppio binario delle parole d'amore e della Storia. Lussana s'aggancia agli Annales. Quelli di Marc Bloch e Lucien Febvre, «un modo di scrivere la Storia che non sia il mero resoconto di date e fatti , ma l'indagine dei modi e aspetti del vivere umano». S'aggancia al Francesco De Gregori de «la storia siamo noi, questo chicco di grano..». Un libro da scavare. Che fa dire a Giorgio Bubba, l'altro amico: «Sono felice da matti perché oggi ho la prova che essere giornalisti cattolici serve a qualcosa».
Maria Luisa marchiata a fuoco da Edi e Ida. Maria Luisa che salta di qua e di là degli anni. Che chiude il libro con un'istantanea d'amore e morte. Mentre ricorre ossessiva una frase di Edi, soldato per scelta: «Mia piccola Ida, la guerra in Italia è finita…. È il punto posto ad una storia che si scrive in rosso da cinque anni. S'inizia ora una fase che speriamo duri eterna... Gli uomini tutti devono avere compreso che il benessere del mondo non si può raggiungere che battendo la pacifica strada del lavoro, della comprensione, della collaborazione internazionale». Saida, 3 maggio 1945.