Così l’Islam in tutto il mondo dà la caccia all’«infedele»

La violenza fondamentalista si scatena anche nei Paesi dove la religione musulmana è praticata dalla minoranza della popolazione

Gian Marco Chiocci

da Roma

La caccia all’«infedele», al «crociato», al missionario che rischia la vita portando la croce nella sofferenza altrui, non ha confini. Per farsi un’idea della persecuzione a cui sono sottoposti nel mondo i non islamici che si riconoscono in Cristo, occorre leggere report d’intelligence dal titolo «religioni e ideologie» e sovrapporli al dossier 2005 dell’Acs, acronimo dell’associazione cattolica «Aiuto alla chiesa che soffre».
La caccia è particolarmente prolifica in Afghanistan dove due impiegati cattolici del «Voluntary association for rehabilitation of Afghanistan» sono stati eliminati perché accusati di voler evangelizzare il Paese, e dove il movimento islamico locale ha assassinato cinque connazionali convertiti al cristianesimo. In Arabia Saudita merita un cenno la via crucis di Brian O’Connor, arrestato per possesso di alcolici e soprattutto di una bibbia, condannato a dieci mesi, a 300 frustate e una serie irraccontabile di torture. Il Bangladesh si caratterizza per lo sgozzamento del medico Gani Mondol, per la bomba che ha sbriciolato la casa di una famiglia cattolica (due morti, sei feriti) per il tritolo che c’è mancato poco sotto Natale facesse un bel regalo alle scolaresche cristiane. Spostiamoci al Burkina Faso per l’assassinio del missionario spagnolo Ignacio García Alonso, tramortito a morte con un machete. Il Burundi devastato dalla guerra fra Tutsi e Hutu deve ancora dare un nome ai killer del nunzio apostolico Michaele Aidan Courtney, del vicario episcopale Gerard Nzeyimana, del sacerdote Peter Tondo eliminato a Kigihu. Poco da dire sul Camerun, noto alle cronaca nera religiosa per il delitto del missionario cattolico tedesco, Anton Probst. L’Egitto registra i ripetuti gridi d’allarme del cardinale Stephanos II Ghattas, la morte violenta di alcuni fedeli e il reiterato sequestro di donne cristiane a scopo di conversione. Non c’è pace in Eritrea, dove fioccano gli arresti di religiosi. Idem nelle Filippine, perché fa rabbrividire sia l’uccisione di un neocatecumeno a Zamboanga, sia il piano kamikaze (sventato) per rovinare la festa cattolica nella chiesa di Quiapo. E se in Giordania tiene banco la battaglia della vedova cristiana Siham Qandah per evitare che i figli minorenni siano affidati a un tutore musulmano, in Kenia la comunità cristiana piange padre John Francis Hannon, missionario irlandese assassinato in canonica, e il domenicano Thomas Richard Heat, aggredito in casa da fanatici mascherati.
E l’India? Qui la violenza fondamentalista si diverte con le scuole e soprattutto con le chiese: entrando coi mitra nella parrocchia di Kubbi, rovesciando l’altare e bruciando i paramenti sacri ad Orissa, eliminando dalla faccia delle terra don Job Chittilappilly, parroco nel Kerala. Non contenta, il 25 settembre ha aggredito le suore di Madre Teresa. L’allerta perenne vige in Indonesia: ucciso a pistolettate il sacerdote cattolico Thomas Harsidiyono nell’isola di Java, ucciso a tagli di machete un religioso a Poso, uccisi dall’esplosivo al mercato cristiano di Tentena ben 21 innocenti di provata fede, cattolica ovviamente. Chi lavora col sangue è l’organizzazione terroristica Jammah Islamiah, ma anche il «Fpi» (Islamic defender front) che mulinando asce e colteli ha assaltato la scuola di Santa Benedetta a Cileduk. Ad ottobre l’obbrobrio irraccontabile: tre ragazzine cristiane vengono bloccate a scuola e decapitate in strada. In occasione dello Tzunami «alcuni gruppi discreti giunti ad Aceh - si legge nel rapporto dell’Acs - sono stati costretti ad agire in modo discreto per non fomentare i sospetti delle organizzazioni musulmane» di sfruttare l’occasione per evangelizzare il Paese. Paradossale. In Iran la libertà di culto - come afferma il nunzio di Teheran, monsignor Angelo Mottola - è limitata anche per la chiusura dei centri di culto dove si insegnava catechismo. La vera nota dolente della caccia al cristiano è rappresentata dall’Irak. Il 29 dicembre 2005, in contemporanea alle funzioni domenicali, scatta l’offensiva contro la Nunziatura e diverse chiese fra Bagdad e Kirkuk. È una riedizione degli attacchi in simultanea del 2004 che provocarono decine di morti, e della ritorsione sui luoghi di culto a Mosul in risposta alle moschee profanate dagli americani. La Santa Sede non ha dubbi: «È un disegno strategico». Che segue il sequestro del vescovo siro-cattolico di Mossul, monsignor Basile Gerges Casmoussa, e l’esecuzione del generale cristiano della polizia irachena, Wael Yussef Yaaqub, rapito da «Ansar Al Sunna». Sono oltre cento i morti cristiani in Irak dall’aprile del 2003, e non è un caso che il vescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, l’anno scorso ha abolito le cerimonie serali per timore di attentati. La minoranza cristiana prova a scappare all’estero anche perché sono sempre frequenti i casi di rapimenti per estorsione, come nel caso di Saher Faraj Mirkhai raccontato dal Christian Science Monitor: ritrovato cadavere, orribilmente mutilato, perché i familiari avevano raccolto solo 13.500 dei 100mila dollari richiesti. C’è poi il Libano, Paese che si divide religiosamente sul giorno di chiusura delle scuole e che si dilania politicamente per gli attentati di Pasqua nei quartieri cristiani di Beirut (venti morti in tutto). E che dire della Malesia musulmana nella quale 100 musulmani si convertirebbero in segreto ogni mese: c’è poco spazio per i non musulmani, chi sgarra o è accusato di apostasia (quattro cittadini condannati a tre anni di reclusione in un campo di riabilitazione islamico) oppure rischia l’internamento tipo Anilina Jaliani che si è battuta per sostituire la parola «Islam» con «religione» sulla carta d’identità. Si dovrebbe fare un cenno al Mozambico, e alla missionaria brasiliana Doraci Edinger a cui un integralista islamico ha spaccato la testa a martellate. Per le statistiche, e per la gravità della situazione, meglio affrontare il «caso Nigeria» dove 10mila cristiani, fra il 2004 e il 2005, hanno preferito abbandonare tutto e scappar via. Centinaia di donne dello stato di Zamfara, solo perché non sposate, sono state arrestate, punite a frustate perché «sospette prostitute». E ancora. Centinaia di morti, trecento chiese bruciate e numerose abitazioni civili devastate, rappresentano il bilancio dell’attacco ai cristiani nella città di Kano, la seconda del Paese. Un Paese che merita un discorso a parte è il Pakistan: sono decine le vittime cristiane, altrettante quelle incarcerate con la legge sulla blasfemia e le cosiddette ordinanze Hudud. Ha fatto storia il sacrificio di Javed Anjum, «martire» ragazzino rapito da insegnanti e studenti di una madrassa eppoi ammazzato a calci perché non si era voluto convertire all’Islam. In Somalia l’avversione alla religione di Cristo si concretizza, a gennaio 2005, con la profanazione del cimitero italiano di Mogadiscio: 700 tombe distrutte, i resti delle povere salme lanciati per aria al grido «Allah Akbar». In Sudan è invece questione di velo o di foulard, quello che non indossava a Khartum la giovane Cecilia John Holland, devota a Gesù: 40 frustate, così la prossima volta impara.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it