Così l’Italia ha conquistato la Nato

Il bilancio conclusivo del vertice Nato di Lisbona è positivo e questo risultato è anche frutto della capacità italiana di mediare tra posizioni diverse e di superare diffidenze ancora radicate, come è il caso della Russia nei confronti dei vecchi «nemici» Nato e degli Stati Uniti, ma anche di fornire un contributo concreto in termini di sforzo e capacità militari.
L’Italia del resto è un alleato saldo e credibile per Washington e lo ha confermato promettendo di aumentare il proprio contributo allo sforzo in Afghanistan con altri 200 istruttori per le truppe afghane e l’invio di altri aerei. E Roma si è anche opposta a ogni ritiro prematuro delle armi nucleari (...)
(...) tattiche dal vecchio continente. Washington ha ringraziato sia ufficialmente sia dietro le quinte. Il rapporto privilegiato con Mosca è stato invece utilizzato per convincere i russi a compiere una clamorosa inversione di rotta, accettando di partecipare allo sviluppo di uno scudo antimissile, mentre la relazione privilegiata con la Turchia ha contribuito a superare l’opposizione di Ankara a uno scudo percepito come anti iraniano/siriano.
L’Italia inoltre è tra i pochissimi membri dell’Alleanza che non ha tagliato il bilancio della difesa e piuttosto punta a ridurre il personale, ma preservare gli investimenti per l’ammodernamento. E anche nel campo della difesa missilistica il contributo nazionale è rilevante: i sistemi antiaerei/antimissile Samp-T dell’esercito, il Meads che l’aeronautica sta sviluppando nel quadro di un programma trinazionale con Germania e Stati Uniti e la possibilità che unità della marina siano equipaggiate con missili antimissile. Non sono molti i Paesi Nato europei che fanno di più.
La Nato esce dunque da Lisbona con una nuova missione e rinnovata vitalità. Già, perché non erano in pochi a ritenere che, con la progressiva riduzione dell’impegno militare a Kabul (che comunque non finirà certo nel 2015, come si vuole far credere) l’Alleanza atlantica avrebbe rischiato di rimanere disoccupata. Ma il contesto della sicurezza globale è tale che, chiusa un’operazione, se ne aprirà un’altra. Inutile illudersi. E la Nato è l’unica organizzazione militare in grado di gestire missioni complesse.
Il nuovo concetto strategico rilancia la responsabilità Nato per la difesa collettiva, un po’ appannata negli ultimi anni: si tratti di difesa antimissile, contrasto del terrorismo e della proliferazione di armi per la distruzione di massa, di cyberguerra, di protezione degli approvvigionamenti energetici, l’Alleanza ha nuove minacce da affrontare. Ma per assolvere a nuovi compiti è necessario cambiare: struttura di comando, procedure, tipo e capacità delle forze. Ad esempio serve una migliore intelligence, forze antiguerriglia, molti più istruttori per formare le truppe di Paesi amici, capacità di trasporto strategico. E tutto questo deve avvenire mentre la maggior parte dei Paesi membri è costretta a ridurre le spese per la difesa. Se ci sono meno soldi bisogna spenderli bene, quindi evitare duplicazioni e sprechi e cercare invece di sviluppare e gestire capacità militari in comune e magari specializzare il contributo di ogni Paese alla causa comune. Finora se ne è discusso tanto, ma si è concluso poco. Ora si deve fare sul serio. E la stessa Nato darà il buon esempio, riducendo di almeno il 30% il personale, i costi di funzionamento, la pletorica struttura dei comandi pensata per dare a tutti qualcosa da comandare. Troppi generali e pochi mezzi moderni e soldati addestrati. Ogni volta che la Nato si è allargata i posti a tavola sono aumentati. Entro la prossima estate la Nato comincerà finalmente a dimagrire.
A Lisbona ancora una volta non si è affrontato il tema del sistema decisionale: dovendo cercare l’unanimità, la Nato raramente è in grado di reagire alle crisi con prontezza, efficacia e unità di intenti. Ma non c’è consenso politico per arrivare a un meccanismo a maggioranza. L’Alleanza è anche perfettamente conscia che per gli Stati Uniti lo scacchiere fondamentale è il Pacifico. Al Pentagono quando si parla di risparmi si cita sempre la necessità di ridurre la presenza militare in Europa. Washington avrebbe voluto spostare il focus della Nato verso l’Asia e aprire le porte a partner come Australia, Corea, Giappone etc. Washington si dovrà accontentare di partnership rinforzate, che, ad esempio, garantiranno ai partner che mandano truppe in Afghanistan un coinvolgimento a livello decisionale.
A proposito di partner, la Nato dice che le porte sono aperte per l’ingresso di nuovi soci europei, ma non c’è nessuna fretta, mentre la Georgia è stata sacrificata senza battere ciglio in nome del nuovo corso delle relazioni con la Russia. Questa è realpolitik. Perché ci si rende conto che la Nato è cresciuta troppo e troppo in fretta, accettando soci che non erano ancora pronti e che poco o nulla potevano contribuire alla causa comune. Ora la musica è cambiata.