Così l’olio turco finisce sulle tavole in Italia

Dal 1° luglio sull’extravergine è necessario indicare la provenienza
delle olive: in questo modo si vuole evitare che sia venduto come
nostrano un prodotto ottenuto con frutti in arrivo anche da Nord
Africa, Tunisia e Spagna

Per i romani era tutto: serviva in cucina, nei riti religiosi, nello sport, per avere la luce, per curarsi, per pettinarsi, per profumarsi. Soltanto i «negotiatores oleari» avevano il monopolio dell’oro verde. Eppure, anche allora, non mancavano le frodi, ben registrate: Apicio, che compilò una raccolta di ricette, spiegava come rendere il mediocre olio spagnolo simile a quello ottimo della Liburnia, in Istria.
I secoli sono passati e l’olio rimane protagonista della nostra vita quotidiana. E non sempre siamo sicuri di condire il nostro cibo con olio di oliva oppure con olio italiano, nonostante i nomi e i numeri sull’etichetta. Da una parte ci sono le contraffazioni: seicentomila chilogrammi di extravergine adulterato sono state sequestrati dalla guardia di finanza di Bari nel luglio 2007. Il prodotto arrivava da Spagna, Grecia, Tunisia. Nel marzo 2008, a Putignano, in Puglia, è stato scoperto un magazzino pieno di bottiglie di olio di semi colorato con la clorofilla ed etichettato come extravergine: una tattica ormai d’uso comune. «Il fenomeno più frequente è vendere olio di semi vari colorato con clorofilla e spacciarlo per extravergine», spiega al Giornale il comandante dei Nas di Milano, il capitano Paolo Belgi. Il carabiniere racconta come nell’aprile del 2008 sono stati effettuati 39 arresti tra la Lombardia e la provincia di Foggia. Alla fine del 2008, un’altra indagine ha portato all’arresto di un commerciante che a Quarto Oggiaro, Milano, aveva un laboratorio abusivo in cui colorava olio di semi. Lo rivendeva poi porta a porta come extravergine. Eppure, le normative non mancano: internazionali (c’è l’International Olive Oil Council dell’Onu); comunitarie, (esiste lo European Union’s anti Fraud office); nazionali e regionali.
Tra il 1997 e il 1998, raccontava nel 2007 l’americano New Yorker, che ha dedicato intere pagine alla contraffazione dell’olio d’oliva, l’extravergine era il più taroccato tra i prodotti agricoli all’interno dell’Ue. Forse anche perché negli ultimi decenni il suo consumo è cresciuto del 35 per cento nella sola Europa meridionale e oltre il 100 per cento in Nord America, proprio a causa dell’aumento del prestigio internazionale dell’extravergine.
Contraffazione a parte, esiste anche il problema dell’origine delle olive del nostro olio da tavola. In Italia è appena entrato in vigore il regolamento comunitario che obbliga a indicare in etichetta la provenienza delle olive. Spiega un micro-produttore umbro che molti oli da supermercato sono prodotti al 70 per cento da olive africane, 25 per cento spagnole, per abbassare l’acidità, e da un cinque per cento di olive italiane più aromatiche. Oggi, sull’etichetta, tutto questo deve essere registrato. Finora, sugli scaffali del supermercato è andato in scena un «bluff commerciale», dice un produttore pugliese: si vendevano bottiglie di olio italiano ottenuto con un’alta percentuale di olive straniere.