Così l’uomo diventa un capolavoro

Laura Novelli

Anni fa ci aveva colpito con la feroce drammaticità di Bash: tre storie estreme, violente e attuali nelle quali si riconosceva lo spirito più dirompente della tragedia classica. Adesso Neil LaBute - quarantaduenne autore di teatro e cinema originario dello Utah (tra i suoi film Nella società degli uomini, Amici & Vicini) - torna sulla scena italiana, complice ancora una volta la passione di un regista molto attento al contemporaneo come Marcello Cotugno, con un testo che sembra inclinare per registri brillanti e romantici ma che, in realtà, usa questi registri semplicemente per ribaltarli nel finale. Per asservirli a un coup de théâtre dai risvolti inquietanti, facendoci riflettere su temi forti come la manipolazione della volontà, la forza persuasiva dei sentimenti, la degenerazione dell’arte, il sempre più labile confine tra verità e finzione. The Shape of Thing (La forma delle cose) si intitola questa commedia (la traduce Masolino D’Amico) nella quale Cotugno dirige, con notevole chiarezza d’intenti, un cast di giovani interpreti formato da Lorenzo Lavia, Federica Di Martino, Fulvio Pepe e Ilaria Falini. Icone emblematiche di un universo giovanile confuso ed emotivamente instabile sconquassato dall’avida creatività di un’artista priva di scrupoli.
Evelyn (Di Martino) studia arte all’università. Estremista e caparbia, conduce la sua personale battaglia contro il bigotto puritanesimo di una cittadina americana sfregiando la statua di un nudo maschile alla quale una foglia di fico posticcia copre le parti intime. La sua bravata le offre l’opportunità di incontrare Adam (Lavia), ingenuo custode del museo che, impacciato e timido, lei riuscirà a trasformare in poco tempo in un ragazzo emancipato e alla moda. Cosa che riaccenderà la passione di una vezzosa ex (Jenny/Falini) - ormai fidanzata del migliore amico di Adam (Philip/Pepe) ma attratta da quel «nuovo» vecchio amore lasciato grasso e goffo e ritrovato in smagliante forma - e provocherà la rottura dell’amicizia tra i due ragazzi.
Se la trama si fermasse qui, sembrerebbe un’ordinaria commedia di oggi tesa a indagare relazioni, conflitti e desideri fin troppo comuni. La cose, invece, stanno in tutt’altro modo perché quel «nuovo» Adam - lo scopriremo solo alla fine - è in realtà l’opera d’arte vivente che Evelyn dichiara pubblicamente di aver forgiato, attraverso il suo amore e le sue parole, al fine di presentarla come tesi di laurea e di analizzarla come caso esemplare di «malleabilità della volontà umana». Dunque: un esperimento camuffato da teoria estetica. Un inganno travestito da furore artistico. E sotto sotto serpeggia il demone dell’apparenza e della vacua superficialità dei rapporti umani. Cotugno racconta questo spaccato odierno con piglio, mettendo a segno una regia sobria ma mossa che evoca le installazioni di arte contemporanea e gli immaginari propri della net generation e alterna vari ambienti con cambi di scena quasi «epici», dove gli interpreti escono dai rispettivi ruoli e ballano su musiche di tendenza. Nel complesso si tratta di uno spettacolo godibile, diverso dal solito e intelligente.
Al Piccolo Eliseo fino al 18 dicembre.