Così l'opposizione azzera il ruolo del Parlamento

Era il febbraio del 1984 quando la Cgil di Luciano Lama ruppe l’intesa con la Cisl di Marini e la Uil di Benvenuto sulla riforma del cosiddetto punto unico della scala mobile approvata dal governo Craxi-Forlani. Una rottura che portò la Cgil dritta al referendum per l’abolizione di quell’accordo che pure faceva crollare quell’inflazione che era la tassa più odiosa sul potere d’acquisto degli italiani. Guglielmo Epifani ricorderà benissimo quella stagione perché faceva parte, insieme a Del Turco, della componente socialista della Cgil che tentò di opporsi disperatamente a quella scelta miope che portò l’intera sinistra, politica e sindacale, a rompersi la testa contro la saggezza del voto degli italiani.

In quell’occasione lo sciopero prima e il referendum dopo erano gli strumenti per lo scontro politico a tutto tondo che il Pci di Berlinguer stava portando contro il Psi di Craxi. Un errore strategico quello di Berlinguer, che avviò la fine della sinistra socialista e comunista ormai pressoché inesistente, nonostante il noto tentativo di alcune procure d’Italia di darle una mano agli inizi degli anni Novanta. Questa la storia che mai come in questi giorni ritornerà ossessivamente alla mente di Epifani che oggi non solo non ha alle spalle una sinistra che non c’è più, ma si trova di fronte a un decreto legge del governo che, comunque lo si voglia criticare, dà una risposta tangibile alla crisi delle famiglie e delle imprese. E se comprendiamo ancora qualcosa di politica, siamo convinti che Epifani ritirerà in tempo lo sciopero del 12 dicembre.

D’altro canto Epifani e la Cgil vengono da lontano e non possono non sapere che davanti a una manovra come questa l’unica strada possibile per chi la volesse irrobustire è chiedere, insieme a Cisl, Uil e Ugl un incontro con le commissioni parlamentari e in quella sede esporre le proprie ragioni e le proprie proposte. E sconcerta il fatto che anche il Partito democratico dimentichi la strada parlamentare, lamentandosi in maniera quasi infantile di non essere stato chiamato intorno a un tavolo prima dell’approvazione del decreto. Verrebbe voglia di dire che ormai siamo allo sbando sul terreno costituzionale e istituzionale perché anche l’opposizione, con questo lamento stucchevole, altro non fa che azzerare il ruolo del Parlamento.

I vertici del Pd sono da almeno trent’anni in politica e in Parlamento e dovrebbero cortesemente dirci in quale occasione maggioranza e opposizione si sono confrontate fuori dalle aule di Camera e Senato. Al presidente del Consiglio, che dinanzi alla crisi drammatica che stiamo vivendo ha giustamente invitato tutti a guardare all’interesse generale, si risponde chiedendo di avere coerentemente un confronto aperto in Parlamento senza alcuna blindatura della maggioranza. È questa la politica, non altro e men che meno il lamento partitico e lo sciopero sindacale. Sappiamo già che i dirigenti del Pd risponderanno ricordandoci lo svuotamento del Parlamento, ma proprio per questo si dovrebbe rilanciare quel ruolo parlamentare insostituibile in ogni democrazia che si rispetti, come dimostra anche il caso degli Usa che pure hanno un sistema presidenziale.

Se il Pd non lo fa, e sinora non lo ha fatto, è segno che proprio nella sinistra c’è la legittimazione di quello svuotamento parlamentare che pure si denuncia. La crisi è grave e resta grave. I bonus, la social card, l’estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori, la stabilizzazione della rata del mutuo, l’Iva di cassa, la deducibilità dall’Ires del 10 per cento dell’Irap, il rilancio delle opere pubbliche sono una prima importante risposta voluta innanzitutto dal presidente del Consiglio, anche contro i dubbi del ministro dell’Economia. E lo stesso Berlusconi sa che il governo sarà chiamato a fare altro nei prossimi mesi, ed è proprio questo il terreno del confronto, sapendo che i nemici della vera politica sono due, il pregiudizio per cui va detto no, sempre no, eternamente no e la convinzione di avere nelle proprie tasche la verità rivelata. Anche Epifani lo sa, come sa che il rischio per un grande sindacato è che si consolidi l’idea di poterne fare a meno. In via definitiva.