Così Maggioni arredò la Milano anni ’30

Nel 1923 allestì un padiglione alla Biennale di Monza

Luciana Baldrighi

Il primo vero rapporto di Gino Maggioni con Milano nasce nel dicembre del 1937 quando presenta al Ministero delle Corporazioni una domanda per brevetto industriale di Sistema e relativo dispositivo per curvare a freddo legno compensato che gli sarà rilasciato tre mesi più tardi. Era da tempo che l’architetto Maggioni si dedicava ai mobili curvati, proprio come i fratelli Thonet. Tra il 1939 e il 1941 importanti forniture escono dalla sua fabbrica Curvati brevetti Maggioni per arredare centinaia di metri quadrati per il Nuovo Ospedale Maggiore di Milano e, su richiesta e in collaborazione con il collega Giuseppe Pagano, crea la splendida Aula Magna e numerose sale per l’Università Bocconi.
Proprio quest’anno ricorre il cinquantenario dalla morte dell’artista. E per celebrarlo, ci fa sapere il figlio Silvano, sarà pubblicata - entro dicembre - la prima monografia intera sull’autore. Nato a San Giorgio su Legnano il 5 maggio 1898, ultimo di una solida famiglia della buona borghesia lombarda, nel 1915 si iscrive al Corso di Architettura presso l’Accademia di Brera. Allora non esisteva ancora la Facoltà di architettura e ingegneria: furono Boito e Beltrami a iniziare il cammino in questa direzione. Ma nel 1916 il giovane architetto viene chiamato alle armi e inviato al fronte nel reparto Genio radiotelegrafisti. Nell’estate del 1920 termina gli studi e lavora temporaneamente al Museo Storico del Genio Militare di Roma anche se la sua vera carriera professionale inizia nel 1921 a San Giorgio su Legnano. Sono infatti di questo periodo il Monumento ai caduti, una scuola elementare (attualmente sede del Comune) e il Nuovo Cimitero. Nei primi anni Venti, Gino Maggioni opera con successo nel campo della grafica: le sue xilografie sono considerate di alto pregio sia per il contenuto sia per la tecnica magistrale. «Un segno forte e senza sentimenti - scriveva della sua opera Raffaello Biondi -, una rara finezza di disegno e una rara originalità di ideazione, nei motivi puramente decorativi si distingue l’arte del Maggioni». Così mentre lavorava per la casa Editrice Sonzogno, per l’Istituto editoriale Cisalpino e per la Casa dei Poeti, per l’Editrice Bestetti e Tuminelli per terminare con l’Eroica di Ettore Cozzani allestisce un Padiglione alla Biennale di Monza nel 1923. Non c’è dubbio che Maggioni segnò una svolta nel settore dell’arredamento e dell’architettura d’interni più in generale avvalendosi dell’opera di ebanisti locali rigorosamente scelti da lui stesso che già come «genere» si presentava come una novità rispetto alla concezione stilistica del primo Novecento.
Sotto il coordinamento di Maggioni l'officina di Varedo espone alla Villa Reale mobili che si impongono alla modernità indirizzata alla valorizzazione dell’impianto geometrico, alla semplificazione dell’apparato decorativo e dell’intaglio, alla sperimentazione di una modularità compositiva dei volumi.
La maggior parte di questi ambienti viene riproposta da Marangoni ne Il mobile italiano contemporaneo. Dal 1926 al 1928 l’architetto sviluppa con costanza di metodo fasce decorative con motivi astratti a cerchi e volute distendendoli con fastose bordure lungo le superfici di ante e pannelli. Anche per quanto riguarda la documentazione grafica, l’Atelier Maggioni raggiunge il massimo della notorietà: in molti lo definiscono «l’uomo del Rinascimento» dotato di sensibilità e gusto, nonché spirito critico. Eccelle non solo nel campo delle arti figurative ma anche in quello della scienza pura. Nel periodo bellico si dedicò a genetica vegetale e agricola. I suoi mobilissimi occhi lo facevano assomigliare a uno stregone. Progetti arditissimi venivano rielaborati nel tempo pazientemente fino a tradursi in realtà.