Così Marta rischia di fallire la «prova d’orchestra»

Caro Lussana, la polemica da lei segnalata, potrebbe intitolarsi «Il buco, le buche e le furberie di Marta». Condivido naturalmente la sua impostazione: credo soltanto che sia ormai impossibile per la sinistra cambiare. In fondo è quasi inevitabile: si tramonta come si è sempre vissuti. In questo caso però, credo, che ci troviamo dinnanzi ad una situazione (quella del Carlo Felice) leggermente più complicata. Siamo sicuri che i lavoratori del teatro lirico si sarebbero comportati in determinate maniere se non avessero avuto rassicurazioni sul fatto che avrebbero avuto comunque «dei paracadute» a loro favore? Ovvero che avrebbero goduto di appoggi politici. Non fanno essi parte della Sinistra (in città) di governo e di lotta? Per quel che ne so io, i lavoratori in genere, quale che sia la loro specialità professionale, non sono così «sull'agitato andante» (salvo terribili situazioni di disagio) se non sanno di avere le spalle coperte (in questo caso dalla pubblica amministrazione). Ne deriva una forma di giacobinismo locale (fondato su ragioni anche valide: il famoso buco) che va oltre l'indubbia solidità del contendere (sul buco appunto, credo che qualunque giudice sarebbe stato e sarebbe pronto a riconoscere la validità delle istanze dei loro rappresentanti sindacali in barba a qualsiasi «marachella» - vera o presunta tale - da parte degli amministratori di turno). Tutto questo muovere le acque, tutto questo insurrezionalismo (purtroppo capace di alienare le simpatie verso il teatro stesso) non assume forse le vesti di un simbolo piuttosto concreto agitato da un personale politicizzato che appunto vuole imporre all'attenzione generale specifici orientamenti politici che ha servito e ossequiato a lungo nel tempo? Marta non può far altro che cercare di acquietare la situazione e lasciare a chi verrà dopo di Lei il compito di metter mano ad una faccenda dai risvolti piuttosto scabrosi, per le molteplici implicazioni. Togliere le castagne dal fuoco toccherà probabilmente al centrodestra. In questo senso va detto che le furberie di Marta risultano peccati assolutamente veniali. Questo modo di fare politica ce lo siamo portato dietro per sessant'anni: (a livello locale e qualche volta anche nazionale) vivere di ideologie e non impegnarsi a fondo nei minuti problemi quotidiani, spesso procrastinandone la soluzione (pur con il limite che i problemi sono in genere molti e la risorse non adeguate). Credo che almeno la metà dei nostri attuali parlamentari sia sostanzialmente di questa pasta. È l'inerzia più vicina alla mentalità burocratica che al desiderio di agire degli imprenditori. Peccato che questi non possiedano di solito esagerato acume politico.
L'eccezione clamorosa è Berlusconi che, intelligenza politica, notevolissima, a parte, possiede l'inquietudine imprenditoriale del fare. La capacità imprenditoriale impiegata nell'opera di modernizzazione dello Stato, toglie gli ultimi argomenti all'opposizione (una parte della quale reagisce con la rabbia oscena della banda di «Anno Zero»).
Essere al servizio della comunità locale, impegnandosi a risolverne i problemi quotidiani è diventato un atteggiamento portato alla ribalta (soprattutto dalla Lega Nord e dal centrodestra allora in gestazione) a partire dalla caduta del muro di Berlino (1989). Sono passati solo vent'anni. Da questo punto di vista (cioè dell'interesse e dell'azione pubblica riguardo ai problemi cittadini) Genova non è stata (nonostante la Sinistra) peggiore di parecchie altre città nell'area del Nord.
Marta sta nella media, senza infamia e senza lode. Cerca adesso di non prendersi delle brutte gatte da pelare, né può colpire (cambiando rotta) il suo elettorato che presenta forme di preoccupante - per lei - ridimensionamento. Come può dunque privarsi del suono (un tempo armonioso) dei violini e delle trombe e delle tempestose performances dell'orchestra in genere? Mi pare che a suo tempo (1978) Fellini tradusse una tale metafora in un film intitolato appunto «Prova d'orchestra».