"Così Mastrogiacomo è caduto in trappola"

Roma avvia nuovi contatti per la liberazione del reporter di <em>Repubblica</em> nelle mani dei talebani nel Sud dell'Afghanistan. Così il fratello dell'autista rapito con il giornalista racconta il sequestro della guerriglia

«Nutro la speranza in Allah che mio fratello sarà presto rilasciato, perché è innocente. Mi sembra ovvio che sia caduto in una trappola», spiega Mohammed Dawood parlando di Said Agha, l’autista del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, rapito dai talebani una settimana fa. Il Giornale lo ha raggiunto al telefono nella provincia di Helmand, dove sarebbe scattata la trappola che ha inghiottito il giornalista italiano. Una trappola in cui lo ha guidato, dritto dritto, il fratello minore di Mohammed Dawood, finito in ostaggio assieme ad Ajmal, l’interprete che Mastrogiacomo si era portato da Kabul. Invece Said Agha lo avevano trovato sul posto e guarda caso la famiglia Dawood vive proprio a Nada Alì, dove è avvenuto il sequestro dai contorni ancora misteriosi. «Del rapimento ho sentito dalla radio e non so dove li abbiano portati. Non sento mio fratello da quel giorno», sostiene Mohammed, ma l’impressione è che nasconda molte cose, probabilmente dei contatti con lo stesso ostaggio, che magari è servito da esca. Inoltre è incredibile che non parli mai dell’altro afghano sequestrato e tantomeno di Mastrogiacomo. «Era la prima volta che mio fratello accettava di fare un lavoro del genere (l’autista per Mastrogiacomo, nda) - racconta Dawood senior -. Può essere che l’abbiano attirato in una trappola, anzi mi sembra ovvio».

L’autista di Mastrogiacomo è un ragazzo di 25 anni con quattro figli sulle spalle, ma la famiglia non se la passa molto male. Ad Helmand, dove l’85% della superficie è coltivata con il papavero, possiede degli appezzamenti di terra. Inoltre hanno una rivendita di automobili e il fratello maggiore gira su una Toyota Corolla, tipica macchina afghana, ma con i finestrini oscurati. Di una sola cosa Dawood è sicuro e la ripete sotto varie forme: «Se Allah vorrà, mio fratello sarà presto liberato, perché è innocente». Nel senso che non fa la spia per la Nato. Gli stessi talebani hanno fatto sapere che non ce l’hanno con i due afghani presi in ostaggio assieme a Mastrogiacomo a tal punto che potrebbero anche venire liberati.

A Kandahar, l’ex capitale spirituale dei talebani da dove è partito il giornalista italiano per inoltrarsi nella provincia di Helmand, circolano un paio di ipotesi su come possa essere nata la faccenda. Mastrogiacomo, tramite le sue guide, aveva trovato come contatto un esponente di medio o basso livello dei talebani. In realtà sarebbe stato intercettato dal nocciolo duro dei fondamentalisti comandato da un personaggio più influente, che ha deciso di rapirlo. Oppure l’autista lo ha portato a Nada Alì, dove qualcuno lo aspettava per tendergli una trappola. «Dovete tenere conto che da quelle parti sono presenti vari gruppi armati, anche di stampo mafioso. Basta un signorotto locale dell’oppio per armare una quindicina di ragazzotti. L’unico dato positivo è che Daniele non sia stato ucciso nelle prime ore, come capita nella gran parte dei casi», spiega Abdullah Sahhood, che ha lavorato nell’area con la televisione araba Al Jazeera.

Ieri i talebani sono tornati a farsi sentire attraverso il loro portavoce, Mullah Qari Mohammed Yousef Ahmadi, con un messaggio a Radio free Europe, che trasmette a Kabul e viene chiamata Radio libertà. In cambio della liberazione di Mastrogiacomo non solo vogliono il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, ma pure la liberazione di tutti i prigionieri talebani e non solo alcuni come era stato indicato all’inizio. Un evidente sistema per aumentare la pressione, mentre contatti sono stati avviati per definire delle condizioni praticabili per la liberazione, dopo la prova in vita ottenuta dai mediatori.

Nel frattempo gli scontri sono continuati in varie parti del Paese provocando in 24 ore otto vittime fra i poliziotti afghani e due fra i talebani. Inoltre un kamikaze ha colpito un convoglio di agenti che scortava il comandante della provincia occidentale di Farah, sotto comando italiano. A Kabul, invece, è stato diramato un allarme per possibili attentati contro «strutture alberghiere che ospitano gli stranieri», come l’hotel a cinque stelle Serena, costruito dall’Aga Khan nel centro della capitale, dove soggiornano diversi giornalisti italiani.