Così McCain è tornato in sella

Senza soldi, staff allo sbando: ormai sembrava poco più di un candidato di bandiera. E invece al momento giusto ha preso il volo. Con una campagna condotta senza errori e sfidando l’ortodossia del partito repubblicano

John McCain ha la voce da uomo qualunque. Parla a braccio, con le pause di chi sente che otto anni dopo è il suo momento. Alza il pollice. Ok. La faccia repubblicana ora ha le rughe profonde così e un ciuffo bianco che sventola sulla fronte. È il vecchio che marcia: avanti quando tutti pensavano che il turno fosse passato. A 71 anni se ne frega di poter passare alla storia come il presidente più anziano di sempre: l’idea di farcela o quantomeno di provarci è l’antiossidante dell’anima, il ricostituente della politica, il viagra della vita.

È forte adesso. Dice che ce la farà, che si prenderà la nomination e poi anche la Casa Bianca. Hillary? «Sarebbe una bella sfida». Obama? «È un politico serio, mi piace». McCain è il signore di questa campagna, quello che non ha tirato colpi bassi, che non ha sbrodolato veleno sugli avversari. Qualche mese fa una sua elettrice gli chiese di vincere per non permettere a quella «sgualdrina della Clinton» di diventare presidente. Lui si lasciò scappare una risata, poi bacchettò la signora poco elegante e chiamò l’ex first lady per scusarsi. La storiella fece il giro di Youtube, lui cercò in tutti i modi di chiuderla in fretta per evitare altri imbarazzi.

Sembrava già sconfitto allora. Perché McCain che adesso tutti chiamano «frontrunner», pochi mesi fa era considerato quasi una candidatura di rappresentanza, un concorrente scontato, ovvio: il perdente delle primarie del 2000, il senatore anziano al quale una chance non può e non dev’essere negata. Ci credevano in pochi. A un certo punto non erano tanto convinti anche gli uomini del suo staff che avevano cominciato ad abbandonarlo, a lasciarlo solo, a remargli contro. L’estate scorsa la fregata dell’ammiraglio John era una scialuppa di salvataggio con un buco nella prua: i sondaggi nazionali gli davano mai più dell’8 per cento. Si salvava soltanto in New Hampshire, lo Stato dell’esordio delle primarie. Snobbato McCain. Snobbato perché lì in New England per molti era scontata una sua vittoria, ma poi a guardare il resto dei potenziali risultati pareva impossibile riuscire a rimettere in moto il barchino. I soldi, poi. Gli altri con le casse piene, con i miliardari a fare a cazzotti per essere tra i finanziatori. Lui no. Per dire: in tutto il 2007, Rudy Giuliani aveva raccolto 44 milioni di dollari, Mitt Romney 44, McCain 30. Un terzo in meno. Gli altri erano sempre davanti: l’aveva messo dietro persino Fred Thompson e poi pure Mike Huckabee. Non gli credevano perché McCain in America lo chiamano un maverick, uno che va per i fatti propri, che non rispetta gli ordini del partito o dell’ortodossia repubblicana.

Non gli avevano perdonato la storia della legge sull’immigrazione: lui voleva 400mila clandestini regolarizzati all’anno a patto che si facessero schedare, che pagassero le tasse e una multa di tremila dollari e che passassero un esame d’inglese. Quella legge è passata rivista e rimessa a punto, smussata, cambiata, smontata. Maverick John. Maverick cioè il nomignolo di Tom Cruise in Top Gun, pure lui testa calda. Pilota, militare, patriota. McCain gioca la carta dell’eroe del Vietnam, dello sconfitto con orgoglio, dei 5 anni passati in una prigione di Hanoi preso dai Vietcong dopo che il suo caccia fu abbattuto sopra al Mekong. Viene da una famiglia in cui la tradizione militare risale all'epoca della guerra d'Indipendenza. Trisavoli, bisnonno, nonno, padre, tutti in divisa. E tutti un po’ ribelli. Suo padre, per esempio: mentre John era prigioniero in Vietnam, il babbo comandava la flotta Usa del Pacifico e ordinò ai bombardieri di colpire Hanoi pur sapendo che il figlio era lì e rischiava di morire sotto le sue bombe. Anche l’alcol appartiene ai geni. Il rispettato John, il saggio John, l’uomo che ha preso in Senato la poltrona del nonno della rivoluzione repubblicana Barry Goldwater, da giovane tirava giù litri di birra. All'Accademia navale di Annapolis, dove si diplomò tra gli ultimi nel suo corso, era conosciuto come quello sempre in punizione. In Florida, dove si addestrò al volo, tra una birreria e l'altra si lanciò in una storia con la celebre spogliarellista Marie the Flame of Florida. Poi sposò una modella, Carol Shepp. Lei chiese il divorzio quando aveva appena 40 anni perché stufa dei continui tradimenti. «Ero egoista e immaturo», dice adesso McCain con la faccia dell’uomo perbene. All’epoca no. Un mese dopo il divorziò si sposò di nuovo, stavolta con Cindy Hensley, ricca figlia di un magnate della birra dell'Arizona e oggi aspirante First Lady. Cindy è la donna un po’ al botox che adesso lo segue ovunque. Quella che sorride e applaude quando lui si presenta sul palchetto: «I’m the comeback kid».

Tornato e resuscitato, McCain. Ora non è come la prima volta che si candidò in Arizona da senatore. Salito su quello scranno a Washington, John è conosciuto come uno che lavora da pazzi. C’è sempre. Non sempre il partito approva le sue proposte. Non quando ha firmato le leggi sulla riforma del finanziamento elettorale e quella contro le torture. Stavolta il vento è cambiato. I repubblicani non lo ameranno come hanno fatto con altri, però vedono in lui uno vero, sincero, leale, preparato. Garbato, anche. Il saggio. Adesso è in California per l’ultimo dibattito prima del supermartedì. Parlerà nella Simi Valley, nella biblioteca dedicata a Ronald Reagan. Salirà a bordo di un pezzo di Air Force One che è il set dello show. Questione di simboli. Ronnie fu eletto a 69 anni. Finora è il presidente più vecchio della storia. Finora.
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