Così la mia città ha sconfitto il grigio di nebbia e paltò

di Gabriele Barberis

Non c'è più lo smog. E neppure impegnandosi il fotografo più virtuoso riuscirebbe a riconsegnarci una Torino inghiottita dalla nebbia e puntinata di utilitarie parcheggiate di sghimbescio nelle piazze centrali con le targhe TO in bianco e nero.

La progressiva deindustrializzazione ha riconsegnato negli anni una città non solo vivibile e meno grigia, ma addirittura cool in molti settori legati al divertimento e alla qualità della vita. Un paradiso, poi, per gli intellettuali immersi nell'ideologia dominante di una veterosinistra inossidabile che per sopravvivere si è trasformata svogliatamente in una frontiera renziana dell'estremo Nord Ovest. Un purgatorio per chi non è riconducibile al solito circuito legato ai salotti politici e ai poteri forti industrial-bancari che si attrezzano a resistere all'assalto grillino delle prossime elezioni amministrative. Un bel cruccio che almeno svanisce alle otto di sera di venerdì, perché in realtà Torino ha saputo archiviare quel mondo post-risorgimentale fatto di ristoranti austeri, frettolosi aperitivi in piedi, monssù vestiti in grigio con i paletot scuri e madame che vanno di nascosto a Milano ad acquistare capi estrosi. Drink e localini, bolliti e agnolotti 2.0, delicatezze (dolci, salate e alcoliche) ogni venti metri. E boutique ultrachic senza insegna e seminascoste per selezionare la clientela. Una città che non si offre, ma sorprendente da scoprire.