«Così la mia Martina modula una canzone»

Genitori soddisfatti: «L’apprendimento è come un gioco e i piccoli si abituano ad ascoltare»

Igor Principe

Quattro anni fa c'erano un'insegnante e una dozzina di alunni. Ora la stessa insegnante di alunni ne ha centosessanta. Sono discepoli particolari, che non hanno più di tre anni di età. E imparano musica. L'insegnante «pioniera», a Milano, in questi nuovi corsi si chiama Federica Braga e ha trentuno anni. Il Giornale l'ha incontrata per farsi raccontare come si fa a parlare di note, tonalità e pentagrammi a un neonato - una classe dei suoi corsi è per pupi da zero a sei mesi - e lei ha cominciato con un elenco di doverose precisazioni.
«Se pensiamo a semplici corsi di musica per bambini cadiamo in un equivoco - spiega -. Non si impara a suonare uno strumento, ma a muoversi in un ambiente sonoro particolare. A me piace definirlo un "liquido amniotico" in cui il bambino si tuffa per stare a contatto con la musica».
Al profano, l'idea suona come la prosecuzione di un'attività che molte mamme praticano in gravidanza: far ascoltare Mozart e colleghi al feto. Braga, di nuovo, puntualizza: «È diverso: il punto di partenza sono le attitudini musicali del bambino. Quando nasce sono al massimo, perché la musica è parte del nostro corredo genetico. Ma se non frequentiamo un ambiente idoneo, l'attitudine si perde».
Il concetto ha la forma complessa di una teoria elaborata dall'americano Edwin Gordon, psicologo e musicista. Il professore l'ha esposta nel libro «Una teoria dell'apprendimento musicale» (edizioni Curci) e si pratica nei corsi chiamati Musicainfasce, organizzati a livello nazionale dall'Aigam (Associazione Italiana Gordon per l'Apprendimento Musicale) che ha sede a Roma e ha sempre più insegnanti associati. Braga è stata la prima, s'è detto, a portarli a Milano, dove i corsi si tengono, oltre che in sede, negli asili e nelle scuole. Avendo l'innovazione nel dna, la città è il terreno adatto per recepire e partecipare a lezioni musicali in cui non si sente il suono di uno strumento. Se non quello della voce dell'insegnante, che improvvisa con gli alunni frasi sonore fino a formare un crescendo in cui il bambino si ritrova a rispondere come in un dialogo tra musicisti. «Il punto centrale della teoria di Gordon è ribaltare il rapporto tra insegnante e alunno - prosegue Braga -. Nei metodi tradizionali, la prima trasferisce il suo sapere all'alunno; in questo, estrae dal bambino le sue potenzialità musicali».
Qual è l'obiettivo? Farne un nuovo Mozart? «Per carità!», sbotta. «Uno dei nostri fondamenti teorici è vivere la musica con gioia, senza l'assillo della prestazione o, peggio, del diventare degli enfant prodige. Certo, a fine anno teniamo dei concerti di chiusura, ma sono come degli happening musicali. E quanto a Mozart, precisiamo: si può nascere con altissime attitudini musicali e poi disperderle, o con attitudini medie che, conservate tutta la vita, ti portano diventare un valido musicista. Non sappiamo quanto alte fossero le sue attitudini; ma che abbia vissuto in un "liquido amniotico musicale" è acclarato».
Né corsi di strumento né musicoterapia, dunque. Piuttosto, l'apprendimento di un alfabeto delle note su cui costituire una base per legarsi alla musica in un rapporto fecondo. Sottotraccia, conclude Braga, «c'è anche il recupero della cultura musicale come esperienza non circoscritta alle istituzioni: teatri, sale da concerto, conservatori. Si tratta di instaurare una relazione meno formale che però, trasferendo un linguaggio specifico a un essere umano molto piccolo, gli possa poi dare le basi per un futuro in cui vivere la musica con maggiore consapevolezza. E serenità». Per informazioni:
02 83241764; 02 70634468 www.aigam.org