Così Milano nel Dopoguerra si mise in moto

Ci furono aziende automobilistiche che, nel primo Dopoguerra, preferirono costruire cucine piuttosto che macchine. Lo fece, per un breve periodo, anche l'Alfa Romeo e oggi le sue cucine economiche anni Quaranta sono pezzi praticamente introvabili sul mercato del modernariato. In quegli anni la radio che svettava in tinello era l'elettrodomestico più ambito di casa e quando fu soppiantata dalla televisione la Phonola ne costruì un modello che chiamò - non a caso - «Marziano». Vennero poi le lavatrici, i motorini, la macchina. Oggetti nuovi che si presentavano agli italiani con vezzeggiativi assurti a simbolo della felice stagione creativa degli anni Cinquanta: la lavatrice Candy, la Giulietta dell'Alfa Romeo, la Bianchina dell'Autobianchi, la mitica Lambretta. La mostra «Dopoguerra a Milano. La ripresa della creatività» porta nelle sale di Villa Visconti Borromeo Litta tutto questo e altro ancora (a Lainate, fino all'11 maggio, ingresso libero, tel. 02/93598266).
In una esposizione già presentata con successo a Lione e curata da esperti come Silvana Annichiarico, direttrice del Museo del Design alla Triennale, la mostra permette al visitatore di compiere un balzo indietro nel tempo. «In un periodo non tanto lontano ma passato quanto basta per essere dimenticato - afferma Cristina Renzo, ideatrice del progetto -. Abbiamo dato spazio allo spirito creativo che negli anni successivi alla guerra si respirava nei laboratori milanesi, vera fucina di idee per le grandi industrie: sono esposti motorini, auto, biciclette, ma anche oggetti di arredamento e di design oltre a dipinti che fotografano la Milano degli anni Cinquanta come quelli di Renato Guttuso. Sono stati la volontà di ripresa e l'entusiasmo dopo la sofferenza a generare un fermento creativo che coniugava l'utile al bello». Il pensiero corre alla Giulietta, ora in mostra nelle sale affrescate di Villa Litta mentre nell'ala del palazzo riservata alle scuderie e fresca di restauro sono ospitate le altre sezioni della mostra che si è avvalsa di prestiti dalla Triennale di Milano, dal Museo della Radio di Verona e da collezionisti privati.
L'omaggio agli anni Cinquanta (quelli sì, davvero formidabili) si chiude con i paraventi laccati di Pietro Fornasetti, le creazioni di Franco Albini e quelle di Erberto Carboni dimostrando come a Milano la spinta propulsiva dell'industria fece nascere, dalle ceneri della guerra, ciò che negli anni a venire tutti chiameranno made in Italy.