Così Milosz fece i conti col comunismo (e la poesia)

I l premio Nobel dato a Czeslaw Milosz fu uno dei più azzeccati. Non solo per la statura artistica del prescelto, figura di primo piano nella poesia del Novecento, ma anche per il momento storico. Era il 1980, gli operai di Solidarnosc trascrivevano i versi di Milosz per resistere al regime comunista polacco, un connazionale sedeva sul trono di Pietro, anche lui, per combinazione, poeta. Un Nobel cattolico, disse qualcuno, sicuramente anticomunista e con cognizione di causa. Lituano di nascita, socialista e artista d’avanguardia in gioventù, aveva visto con i suoi occhi la complicità dei due totalitarismi. Era a Varsavia nel 1944, quando la città in rivolta venne rasa al suolo per rappresaglia dai tedeschi; sull’altra sponda della Vistola, i russi annuivano soddisfatti. Quando Milosz ebbe la possibilità di uscire dalla madrepatria ormai stalinizzata, decise di non tornare indietro. Nel 1956, dopo un viaggio negli Usa ed esule in Francia, per comprendere la sua vita, quella del suo paese, scrisse il Trattato poetico (Adelphi, pagg. 115, euro 16). Titolo solo in parte ingannevole, dato che si tratta di un poema e non di un saggio, accompagnato però da lunghe note dell’autore stesso, ulteriore esempio di grande letteratura.
L’effetto complessivo è quello di un romanzo storico a frammenti, dove si impastano esperienze personali e memoria collettiva, dettagli minimi e destini comuni, realtà brutale e luminosa trascendenza. Del trattato rimane lo scopo, il fine: in questo caso, mostrare che si può e si deve far poesia quando si è al centro delle tragedie della storia. Dunque Milosz racconta se stesso e la sua patria, partendo dalla Cracovia inizio secolo, belle époque anche per i poeti simbolisti. Poi il primo conflitto mondiale piomba il paese nella paura, nella disperata consapevolezza di nuove invasioni da Est e da Ovest, da Russia e Germania. La scena e Milosz si spostano poi a Varsavia conquistata dai nazisti, sotto il governatorato di Hans Frank, futuro condannato a morte dal tribunale di Norimberga per genocidio. Grazie ad un incarico diplomatico, Milosz fugge il grigio panorama politico e culturale patrio, per approdare in un’America «compimento delle fiabe infantili». S’immerge nella natura selvaggia della Pennsylvania, cerca l’oblio di ogni memoria storica e ideologia. L’ode che chiude il poema la intitola Ottobre, per dimenticare il mese della rivoluzione bolscevica del 1917 e celebrare «un tappeto di aghi di pino su strade silenziose». Non rimarrà a lungo prigioniero di quell’idillio, tornerà in Europa, per denunciare l’imprigionamento della mente sotto il comunismo, scoprire la fede cattolica e vincere un Nobel.