"Così mio padre decise di uccidere Hitler"

Ludwig von Stauffenberg, il figlio dell’ufficiale tedesco protagonista del fallito
attentato al dittatore nazista nel 1944: "Capì dove stava andando la
Germania e agì. Ma non fu un eroe, era solo una persona perbene"

Gorizia - Franz Ludwig Schenk Graf von Stauffenberg, 71 anni, è il figlio di Claus, l’ufficiale tedesco che il 20 luglio 1944 cercò di uccidere Hitler lasciando una bomba nascosta dentro una valigia a Rastenburg, nella cosiddetta tana del lupo. L’attentato, denominato Operazione Walkiria fallì. La vendetta nazista fu implacabile. Stauffenberg venne ucciso insieme agli altri congiurati (fra cui i generali Beck e Von Tresckow). L’odio si estese ai congiunti. Venne ucciso il fratello, la madre costretta agli arresti a Bolzano. Franz Ludwig fu messo in orfanotrofio con i tre fratelli. Solo dopo la guerra quel che rimaneva della famiglia poté ricongiungersi. Come è noto, l’attentato di Stauffenberg, fu l’ultimo di una lunga serie di tentativi di togliere la vita a Hitler, almeno un centinaio a quanto risulta dai più recenti studi storici. C’è chi esalta queste azioni come segno di una «resistenza tedesca» che toccava diversi ambiti sociali, da quelli popolari, ai più alti: nobiliari o legati alla casta militare. C’è chi li ritiene foglie di fico poste sopra un consenso amplissimo del popolo tedesco per le virtù messianiche del suo Führer. Il figlio di Claus von Stauffenberg, Franz Ludwig è un giurista, storico ed ex deputato per la Csu al Bundestag e a Strasburgo. Un uomo elegante e rigoroso. Con il gusto della battuta e la capacità di sviscerare un concetto e renderlo chiaro e disponibile all’interlocutore. Persona seria e misurata, è stato uno degli ospiti d’eccezione del festival goriziano èStoria: un incontro seguitissimo dal titolo «Resistere per la patria nella Germania nazista».

Von Stauffenberg, che ricordo ha di suo padre?
«La risposta è molto semplice, mi ricordo di mio padre come di mio padre. Era un soldato, era in guerra, era un ufficiale. Veniva a casa raramente. Ho di lui il ricordo di una persona normale. Non di un eroe. In tutti i film invece che lo rappresentano se ne dà un’immagine come se fosse il protagonista di un’opera wagneriana. La sua personalità si è sviluppata gradualmente. Non era programmato per essere un cospiratore o un rivoluzionario. A venti anni non era né favorevole né contrario a Hitler. Come soldato doveva essere super partes. I soldati all’epoca non potevano nemmeno votare. Verso gli anni 1939-1940 ha maturato una posizione contraria al regime. Che è poi diventata una forte opposizione che l’ha spinto ad agire concretamente. Ma era un uomo normale, normalissimo».

C’è stata una ragione o un momento in cui questa opposizione è maturata definitivamente: la sconfitta nella guerra con la ritirata dalla Russia? La notizia dell’Olocausto?
«So di darle una risposta deludente perché i giornalisti sono sempre a caccia di scoop. Ma non ci fu un evento particolare, quanto piuttosto una graduale maturazione. O una somma di motivi. Mio padre non era un nazionalista, e non era socialista. Aveva una cultura umanistica, di stampo cristiano. Aveva affinato queste sue propensioni culturali in un circolo che si era creato intorno al poeta Stefan George. A un certo punto vide che il suo sistema di valori non corrispondeva a quello nazista. E decise di agire. Era una persona mentalmente incorruttibile».

Lei cita Stefan George, è vera la diceria che suo padre al momento di mettere la bomba portasse un anello con un motto del poeta?
«Si tratta solo di una leggenda che è giusto sfatare. Una delle tante cose che sono state dette, come l’altra leggenda che mio padre morendo abbia gridato “Viva la Germania segreta”, anche questa volta seguendo Stefan George. Per quello che posso dire io, credo che l’altra versione del fatto, che abbia cioè gridato “Viva la santa Germania”, sia più vicina alla personalità di mio padre. Rispecchiava meglio il suo pensiero. Santa Germania non intesa in senso religioso, ma come una Germania vera, lontana dalla Germania nazista».

Il nome di suo padre viene spesso collegato a quella che viene definita la resistenza tedesca. Le chiedo un giudizio da storico, cosa ne pensa?
«Viviamo in una società mediatica che viene influenzata dalla Tv. Tutto scorre veloce e viene sintetizzato in poche battute. Qualunque motivo storico viene ridotto al minimo. Il risultato è che nella società odierna il nome di Stauffenberg viene collegato alla resistenza contro Hitler e non si fanno differenziazioni ulteriori. Così succede che il nome di Stauffenberg sia più noto oggi che dieci anni fa e la resistenza al nazismo sia vista come un one man show. Con mio padre come unico protagonista. Non è vero. Sono stati molti altri i protagonisti e provenivano da ambienti diversi. C’erano socialdemocratici, cattolici, altri militari, accademici. Ciononostante bisogna dire che il fenomeno visto in una prospettiva più ampia vide poche persone agire veramente. La differenza fra avere una convinzione interiore e assumersi la responsabilità di agire è decisiva, ma spesso non è facile da superare».

Lei è stato deputato, è uno storico, un giurista. Che influenza ha avuto l’esempio di suo padre nelle sue scelte?
«Sono sicuro che la storia di mio padre ha avuto un’enorme influenza sulla mie scelte. D’altra parte sono sicuro che mio padre non volesse che io andassi in giro portando una candela in suo ricordo. Non ho mai pensato a cosa avrebbe fatto lui in certe circostanza. Lui voleva che noi pensassimo con la nostra testa e prendessimo decisioni responsabili. In fondo non credo di poter rispondere a questa domanda perché non sono mai stato il paziente di me stesso e non mi sono mai steso sul lettino di uno psicanalista. Per me è sempre stato sufficiente sapere che le mie idee erano giuste».