Così il mondo sviluppa l’energia del futuro

L’umanità dipende, da sempre, da una fonte esterna d'energia; che è stato il Sole per millenni, fino a quando la scoperta dei combustibili fossili ha determinato quella che potremmo chiamare rivoluzione energetica. Il benessere che ne è derivato non impedisce che vi sia chi desidera l'abbandono di quei combustibili ma, a dire il vero, più che un desiderio, è - o, comunque, sarà - una necessità: le loro riserve sono finite. Il futuro non è lontano, soprattutto per il petrolio: ne abbiamo a disposizione solo per alcuni decenni. Gli esperti ci dicono che ne osserveremo il picco massimo di produzione entro pochi anni (5 per alcuni, 10 per altri) e da allora in poi la curva seguirà un'inesorabile china discendente. Noi, che non siamo esperti, azzardiamo che tale picco lo abbiamo già osservato 20 anni fa: basta considerare, negli anni, non la produzione assoluta di petrolio, ma la produzione per abitante della Terra. Quel che ci si prospetta, però, non è solo aggiungere qualche buco alla cinta, per stringerla, del consumo energetico: quasi un terzo delle riserve di petrolio sono nell'area, politicamente non proprio stabile, del golfo Persico. Affrontare la questione delle alternative alle fonti fossili appare essere, allora, un improcrastinabile dovere. La rivoluzione energetica, insomma, si è evoluta in problema energetico. Che periodicamente alcuni, confortati anche dalle dichiarazioni rilasciate da presunti «esperti», vorrebbero risolvere avanzando tanto fantasiose quanto inefficaci proposte. Una di queste è quella del «risparmio energetico»: bisogna prendere atto che la domanda energetica mondiale cresce al ritmo dell'1.5% l'anno, e anche se si riuscisse ad attuare programmi di risparmio per un improbabile 15%, gli sforzi dedicati a essi verrebbero vanificati in meno di 10 anni.
Un'altra proposta è quella delle «rinnovabili», parola magica ormai sulla bocca di tutti. Bisogna essere consapevoli che alla produzione mondiale d'energia elettrica le rinnovabili contribuiscono per 19 punti percentuali, di cui oltre 17 dall'idroelettrico, mentre da tutte le altre rinnovabili messe insieme si ottengono meno di 2 punti. Che vanno quasi tutti alla legna da ardere e alla fonte geotermica: il solare e l'eolico, insomma, producono, insieme ed equiripartito, lo 0.02% dell'energia elettrica consumata nel mondo. Appare evidente che non è pensabile affidarsi a queste fonti per la pianificazione di nessuna politica energetica. Ma v'è una profonda differenza tra le due. Anche se entrambe soffrono della natura diluita che gli è propria, una sperabile futura diffusione capillare dei pannelli fotovoltaici potrebbe apportare un interessante contributo al consumo energetico: con le efficienze odierne dei moduli fotovoltaici, per ottenere una potenza elettrica di 1 gigawatt è necessario ricoprire 100 kmq di superficie; che non è poco, ma la possibilità di usare i tetti degli edifici rende la questione della reperibilità dell'area meno drammatica. Quel che è drammatico, invece, sono i costi, al momento proibitivi, dei moduli, e che, per quel gigawatt elettrico, sono uno scherzo di non meno di 40 miliardi di euro (a titolo di paragone: un reattore nucleare di pari potenza costa meno di 2 miliardi).
L'eolico, invece, è la fonte rinnovabile sulla quale non val la pena investire neanche un euro, e un po' d'aritmetica dovrebbe convincercene facilmente. Le più potenti turbine hanno una potenza nominale di 1500 kW, con pale di 80 metri di diametro montate su torri alte 100 metri. Poste lungo una griglia ad adeguata distanza tra loro (almeno 5-6 volte il diametro delle pale) e tenendo conto di un fattore d'utilizzo del 12% (tipico dei nostri venti), ce ne vorrebbero almeno 5000, occupanti 1000 kmq, per ottenere quel gigawatt elettrico. E, alla fine di questa colossale opera, non avremo coperto neanche la metà dell'attuale nostro incremento annuo di fabbisogno elettrico. Il fallimento tedesco insegna: le 15.000 turbine installate in Germania contribuiscono per meno del 2% al fabbisogno elettrico di quel paese. L'energia netta è irrisoria - se non addirittura negativa - nella conversione di energia solare in biomassa, con buona pace di chi vede un futuro radioso per i cosiddetti eco-carburanti: lo sforzo agricolo per la produzione della materia prima e quello industriale per la sua trasformazione fanno degli eco-carburanti un'impresa che «eco» non è proprio, ma che in perdita lo è senz'altro (gli unici a trarne profitto nel mondo sono, tipicamente, i produttori, ma solo grazie alle sovvenzioni dei governi).
La vera parola magica, allora, è «nucleare»: è questa - non va dimenticato - la prima fonte d'energia elettrica in Europa. In Italia, è solo uno dei tanti, troppi forse, beni d'importazione.